Silvestro Banchetti, il primato dell'educazione

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Il mio saluto a Silvestro Banchetti si sintetizza in questo: sono stato un allievo “lettore” dei suoi scritti e da quelli ho tratto non pochi insegnamenti.
Chi intraprendesse, oggi, un percorso conoscitivo delle problematiche educative dei non vedenti non può non leggere Silvestro Banchetti.
Basti pensare a "Annotazioni di tiflologia comparata" e "L’educazione all’autenticità e il recupero degli esclusi". E tanti altri testi concernenti riflessioni pedagogiche generali come “Scuola e maestri fra positivismo e idealismo”, "La persona umana nella morale dei greci", "L’educazione alla democrazia e la pedagogia dell’impegno".

Testi in cui, solo attraverso i titoli, si riconosce l’intellettuale che descrive l’impegno e la volontà culturale di difendere e mantenere “in focus” i più importanti valori della pedagogia, non incartati in un sapere statico ma visti come paradigma da declinare nella contingenza dei tempi che viviamo.Così come la sua particolare propensione alle citazioni, dette più che altro non per un puntiglioso esercizio “retorico” ma come consapevolezza di voler dare solide radici pedagogiche, filosofiche o più ampiamente culturali a quanto andava esprimendo.

banchettiPic01Silvestro Banchetti ha sempre delineato orizzonti, non è mai “sceso” nella praticità della didattica o meglio della tiflodidattica, pur trattandola ampiamente a livello teorico, ma ha sempre prefigurato le mete e i perché il bambino non vedente, nel suo sviluppo cognitivo e umano, dovesse intraprendere determinati itinerari e non altri.
In tal senso il suo convinto appoggio alla chiusura delle scuole speciali è sempre stato orientato nella direzione della criticità in cui da un lato riconosceva con certezza alcuni valori della scuola speciale, testimoniati da indiscutibili successi ottenuti da tanti non vedenti nelle professioni e nella cultura, dall’altro evidenziava che ormai quei valori non erano più difendibili perché «la scuola speciale rischiava di non riuscire a dare al soggetto un’educazione […] diremmo integrale». La sua attenzione profonda per l’educazione dei ciechi rilevava già negli anni Ottanta le insidie che circondavano e circondano il percorso di crescita di chi non vede nella scuola.
Non si è mai abbastanza rilevato quanta importanza Banchetti, grande osservatore delle problematiche nodali della vicenda riferita all’integrazione, attribuisce alle difficoltà e delle debolezze «tipiche della vicenda italiana, fuori cioè da ogni rispetto della specializzazione e delle peculiarità presenti in ciascuna minorazione…».

«La differenziazione non deve mai farsi differenziante, come la diversità non deve mai essere causa di discriminazione ma deve venir rispettata per quello che ha di caratteristico.
La didattica differenziata individua i tratti che caratterizzano il bambino cieco, ma non si esaurisce in essi, bensì li supera.
Ignorare i tratti che caratterizzano la cecità, come rischia di accadere nel nostro tempo […] significa cercare esasperatamente i comportamenti comuni da utilizzare nell’atto educativo, in nome di un’eguaglianza metodologica che diventa vano e vago egualitarismo astratto e che non riconosce (producendo un danno) la specificità degli interventi educativi e rieducativi (per i ciechi). Il potenziamento compensativo ed i mimetismi cognitivi nella rieducazione dei bambini ciechi».

Anticipatore accorto dei processi di cambiamento nella scuola, ne rileva anche la lentezza o le tormentate difficoltà, affermando: «perché si abbia una vera integrazione, occorre un processo che non si realizza dall’oggi al domani e che non si attua nella mera applicazione di una legge, ma assume caratteri generazionali.»
Un pedagogista insomma che, forse anche per il fatto di essere cieco, ha caricato di significati ulteriori il fattore educativo, il primato dell’educazione, là dove educazione significa anche «personale scoperta… come accadde a Helen (Keller) attraverso l’opera di Anna Sullivan».

Dobbiamo molto a Silvestro Banchetti perché grazie alla sua autorevolezza, oggi potremmo sederci a diversi tavoli a difendere la specificità della tiflopedagogia senza timore di essere smentiti da personaggi con poteri decisionali, in ordine ai finanziamenti, che intervengono sui supporti da erogare ai disabili visivi senza la volontà di ascoltare quelli che, come noi, difendono il principio della scuola di tutti e di ciascuno.

Nel salutare Silvestro Banchetti e ringraziarlo per il suo prezioso contributo dato alla cultura pedagogica e tiflopedagogica, voglio dirgli che quando avremo bisogno di argomenti solidi, forti, intellettualmente e pedagogicamente inattaccabili, per la difesa dell’educazione dei ragazzi ciechi, andremo a riprendere l’attualità delle sue pagine, certi di trovare l’orientamento che ci serve.

Giancarlo Abba
Direttore Scientifico Istituto dei Ciechi di Milano
Citazioni da "I problemi della pedagogia"

I sogni della Belle Époque

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“Ritratto di Anita Vollert de' Ghislanzoni e Maddalena Parodi Vollert

L’Istituto dei Ciechi partecipa alla mostra dedicata a Matteo Vittorio Corcos a Padova con il prestito del "Ritratto di Anita Vollert de' Ghislanzoni e Maddalena Parodi Vollert"

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Esposizioni universali: così si promuoveva l'integrazione

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Documenti dall'archivio dell'Istituto dei Ciechi di Milano.

Già a pochi anni dalla sua fondazione, avvenuta nel 1840, l'Istituto dei Ciechi di Milano iniziò a partecipare alle esposizioni nazionali e internazionali per promuovere l’integrazione delle persone non vedenti nella società lavorativa. Dall'esposizione Universale di Parigi del 1855 a quella di Milano del 1906 i suoi allievi hanno saputo conquistare l'attenzione del pubblico internazionale, ricevendo in ogni occasione onorificenze e attestati di stima.

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Giovanni Marchesi, il Braille della meccanica

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Inventò il prototipo di una macchina da scrivere per ciechi, ma il brevetto fu registrato dal tipografo americano Christopher Stoles. Il nostro si consolò ricevendo alcuni prestigiosi riconoscimenti internazionali.

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L'expo di Milano del 1881

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Il concerto degli allievi dell'Istituto tenuto all'Esposizione del 1881.

L'Istituto dei Ciechi all'Esposizione che lanciò l'industria italiana

L’Esposizione del 1881 fu un avvenimento di straordinaria importanza per Milano e registrò un eccezionale afflusso di pubblico, con 750mila visitatori in sei mesi.

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Le radici della solidarietà

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La storia dell'Istituto dei Ciechi di Milano

 La storia dell'Istituto dei Ciechi è storia di Milano e dei milanesi che lo hanno voluto e sostenuto a partire dal 1840. L'ideazione dell'Istituto risale al lontano 1836 e ha un nome: Michele Barozzi. Il Barozzi iniziò il suo incarico presso la "Pia Casa di Industria" sita in Via San Vincenzo, organizzando un reparto per i non vedenti. Il nascente Istituto trovò nei Conti Mondolfo i suoi principali benefattori, essi acquistarono spazi presso Porta Nuova, ove l'Istituto si trasferì. Niente era più comunicativo, infatti, della bontà nel mondo milanese dell'800. Era dunque naturale che il suo esempio facesse non pochi proseliti.

Nel 1864, l'Istituto di Milano aveva adottato, primo in Italia, l'alfabeto "Braille", destinato ad assumere una così grande importanza nella istruzione dei ciechi. Il 12 ottobre del 1892 l'Istituto lasciava la sede di Porta Nuova per quella definitiva di Via Vivaio. "Così, senza un piano prestabilito", è scritto in un opuscolo uscito proprio alla vigilia della prima guerra mondiale, "ma per nativa espansione di un'idea che parve santa, l'idea dei ciechi aveva fatto il suo buon cammino. Anche in questo, Milano si era messa alla testa delle altre città d'Italia. E sorgerà l'Asilo per i bambini ciechi in quanto era indispensabile avere una scuola materna, preparatoria.

La sede dell'Istituto dei Ciechi fu progettata dall'Arch. Giuseppe Pirovano e edificata in seguito ad un importante lascito. La costruzione, inaugurata il 3 novembre 1892, è sorta con lo scopo di ospitare i fanciulli non vedenti e curare la loro istruzione. Nel 1925 l'Istituto realizzerà il pensionato Casa Famiglia. Nel 1926 l'Istituto dei Ciechi è dichiarato Istituto Scolastico ed è posto alle dipendenze del Ministero della Pubblica Istruzione. Nel 1933 le Scuole elementari vengono parificate.

Nel 1939 vede l'istituzione della Scuola di Avviamento Professionale per ciechi: essa assorbe il laboratorio di vimini, la falegnameria e il maglificio. La minaccia dei bombardamenti, durante la seconda guerra mondiale, consiglia lo sfollamento che si effettua con l'inizio del 1943. Nel 1946 l'Istituto riapre le porte alla propria comunità, l'anno successivo la sede riprende la sua vita normale. Negli ultimi decenni molti cambiamenti sono intervenuti a ridare nuovo impulso all'operato dell'Istituto orientando le scelte verso nuovi servizi più aderenti ai moderni concetti di assistenza e di educazione. È questa, in sintesi, la storia di una Istituzione che ormai è entrata nel cuore dei milanesi e che si impone all'ammirazione di tutto il Paese. È la storia di una istituzione che da più di 170 anni continua ad operare per il bene dei ciechi.

Clip tratta da “170 anni Istituto dei Ciechi di Milano” di Giacomo Gatti - Italia 2010.

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