Giornalismo, ascolto ed etica al centro dell’incontro con l’arcivescovo Delpini tenutosi sabato 31 gennaio 2026
Non un giornalismo costruito sulla ricerca del consenso o della soddisfazione personale, ma un mestiere capace di rendere felici gli altri, di raccontare senza ferire, di attendere e ascoltare prima di giudicare. Con due parabole - quella del “giornalista felice” e del “giornalista rilassato” - l’arcivescovo di Milano Mario Delpini ha aperto il tradizionale incontro con i giornalisti promosso dalla Diocesi ambrosiana, svoltosi lo scorso 31 gennaio presso l’Istituto dei Ciechi, in prossimità della ricorrenza di San Francesco di Sales, patrono dei comunicatori.
Il primo esempio evocato dall’arcivescovo è quello di un cronista che sceglie di raccontare la storia di Gabriele, un ragazzo con sindrome di Down che a Natale suona la zampogna, anziché inseguire polemiche o notizie capaci solo di ferire qualcuno o screditare il Paese. Il secondo è quello di un giornalista che non corre dietro alla produttività a tutti i costi, ma aspetta, ascolta, riflette: forse scrive meno, ma ciò che pubblica viene letto davvero.
Un’introduzione che ha fatto da cornice al tema dell’incontro, intitolato “Disarmare le parole nell’era dei social”, al quale hanno preso parte Michele Serra, Rosy Russo, Marco Ferrando e l’attrice Ippolita Baldini.
Proprio Baldini ha aperto il dibattito con un brillante monologo comico, portando sul palco il suo personaggio Lucy. Attrice e terziaria francescana, ha saputo con leggerezza e ironia offrire uno sguardo critico sugli stereotipi del modo di comunicare contemporaneo, preparando il terreno a una riflessione più profonda.
A delineare il contesto storico in cui oggi si muove il giornalismo è stato Michele Serra. «Stiamo vivendo una trasformazione epocale – ha spiegato – iniziata appena 18 anni fa con l’invenzione dello smartphone, questo oggetto che ci consente di avere il mondo in tasca, sempre con noi». Un cambiamento che ha inciso non solo sulla velocità dell’informazione, ma soprattutto sulla forma e sull’attenzione alla scrittura.
Per Serra, la sfida resta quella di curare il pensiero e la qualità del linguaggio, richiamando l’etica del lavoro raccontata da Primo Levi ne La chiave a stella: precisione, responsabilità, rispetto per ciò che si costruisce. Ma all’orizzonte si affaccia una nuova questione decisiva, quella dell’intelligenza artificiale. Una tecnologia che, se da un lato offre opportunità, dall’altro solleva timori legati alla sorveglianza dei cittadini intesi come consumatori, con il rischio, in scenari distopici alla “Odissea nello spazio - di un futuro controllo politico.
Il tema delle parole come strumenti che possono ferire o costruire è stato al centro anche degli interventi di Rosy Russo, fondatrice del progetto “Parole Ostili”. Russo ha raccontato la nascita del manifesto omonimo: dieci regole per un uso consapevole dei social, pensate per contrastare l’odio online e promuovere una comunicazione sostenibile.
Nato nel 2017 da un disagio personale nell’utilizzo delle piattaforme digitali, il manifesto è diventato virale ed è stato tradotto in 47 lingue. Un successo che ha portato Russo a lavorare nelle carceri, nelle aziende e nelle scuole, sottolineando come tra i giovani esista una grande ricchezza umana.
Nel suo intervento ha citato alcuni dati allarmanti: un miliardo di persone nel mondo con disagi psichiatrici, migliaia di suicidi in Europa e circa 700mila giovani in Italia che soffrono di sintomi d’ansia. Numeri che raccontano una fragilità diffusa, amplificata dal fatto che, soprattutto per le nuove generazioni, non esiste più una vera distinzione tra reale e virtuale.
Secondo Russo, molti ragazzi sono iperprotetti e poco abituati al dolore, mentre i social tendono a normalizzare comportamenti violenti. Ha citato l’esempio di Donald Trump come figura pubblica capace di rendere accettabili toni aggressivi, così come gli insulti rivolti alle vittime della tragedia di Crans-Montana: manifestazioni che spesso nascondono il tentativo di esorcizzare la paura e tenere lontano il pensiero della morte.
A queste riflessioni ha fatto eco Michele Serra, ricordando come anche prima dei social la scuola potesse essere un ambiente duro. Per il giornalista, il compito degli adulti è insegnare ai ragazzi a costruirsi una “scorza”, a ridimensionare le offese – spesso solo stupide – e a tornare a puntare sul dialogo.
Sul versante più strettamente professionale è intervenuto Marco Ferrando, vicedirettore di Avvenire, che ha invitato a rimettere a fuoco il rapporto tra mezzi e fini nel giornalismo. «Il giornale non è più il fine – ha spiegato – ma uno strumento». Oggi i giovani sotto i 24 anni sono tra quelli che mostrano maggiore considerazione per i quotidiani, segno che la qualità dell’informazione continua ad avere valore.
La vera sfida, per Ferrando, è tenere distinto lo strumento dal contenuto, senza perdere ciò che rende il giornalismo umano: la capacità di ascolto, la relazione, la comprensione profonda dei fatti.
L’incontro si è concluso con un gesto simbolico ormai divenuto tradizione: il presidente dell’Istituto dei Ciechi, Rodolfo Masto, ha donato uno zucchetto all’arcivescovo Delpini, suggellando una mattinata di confronto intenso ma ricco di speranza.
Un appuntamento che ha ribadito come, in un’epoca dominata da algoritmi e comunicazione istantanea, il vero antidoto alla violenza verbale resti la responsabilità delle parole, l’ascolto e la cura del pensiero.
Marco Rolando
