L'expo di Milano del 1881

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Nella seconda metà dell’Ottocento in Italia si assisteva a una straordinaria crescita nel numero di esposizioni di prodotti industriali sia a livello locale che a livello nazionale. L’idea dell’Esposizione universale nasceva dall’esigenza di riunire in un unico luogo facilmente accessibile le ultime novità tecniche riguardanti le lavorazioni industriali, i progressi scientifici e le più recenti proposte in campo artistico.

L’Esposizione del 1881 fu un evento eccezionale, inaugurato dal re in persona Umberto I e dalla consorte Margherita il 5 maggio. Si svolse ai Giardini Pubblici di Porta Venezia, in un’area di 44mila metri quadrati, con 7.876 espositori, di cui quasi la metà lombardi.

Un concerto di allievi dell'Istituto al Salone Pompeiano dell'Esposizione. Esposizione dell'Istituto alla galleria del lavoro.Classe femminile all'Istituto.

L’impianto espositivo, elaborato dall’architetto Giovanni Ceruti, prevedeva una galleria centrale da cui partivano, secondo uno schema a stella, i diversi padiglioni, mentre all’interno dei giardini si trovavano sparse numerose altre costruzioni, fra le quali una isba russa (abitazione rustica in legno), che venne adibita a caffè e che rimase anche dopo lo smantellamento della fiera. L’esposizione ufficiale di belle arti fu organizzata nel Palazzo del Senato, mentre nell’ex studio dello scultore Pompeo Marchesi in via S. Primo, gli scapigliati, con Vespasiano Bignami in testa, allestirono una mostra parodistica che prese il nome di “Indisposizione di belle arti”.

Il tappeto colorato: come avete fatto?

Il direttore dell'Istituto dei Ciechi Luigi Vitali, consapevole dell'importanza dell'evento, non si fece sfuggire l'occasione e presentò saggi di lettura, scrittura e lavori pratici alla "Galleria della beneficenza", per promuovere la partecipazione dell'Ente alla grande esposizione.

L’Istituto riuscì così ad allestire uno spazio espositivo, dove si trovavano libri «tanto col carattere comune in rilievo, come col carattere Braille», alcuni strumenti per la scrittura, saggi di scrittura e una collezione di oggetti utilizzati dai docenti durante le lezioni, tra cui diverse carte geografiche in rilievo. Oltre al materiale didattico, l’Istituto espose i lavori femminili realizzati dalle giovani ospiti: «una cotta fatta ad ago di calza con tutte le guerniture (...), merletti di Cantù, tende, calze, guanti, scialletti, coprisedie, canestrini di refe inamidati, canestrini di granatine, ornamenti di candelabri, sottolampade, cordoni da campanello, vasi sospesi di granate con variatissimi ed eleganti fiori di carta». Fra tutti, però, spiccava «un ampio tappeto di lana di vari colori», che sorprese i visitatori per l’abilità con la quale le esecutrici avevano saputo scegliere toni e sfumature sulla base di «indizi diversi dal colore stesso»: lo spessore dei fili e le dimensioni dei gomitoli.

Fummo attratti da dolci suoni

Durante tutta l’Esposizione, interesse e commozione suscitarono le dimostrazioni pratiche svolte dagli allievi e dalle allieve dell’Istituto. Come ebbe ad osservare un cronista dell’evento, «allora il dubbio che i lavori esposti non siano l’opera dei ciechi non è più possibile. L’occhio vede ciò che la mente non avrebbe creduto»: ragazzi intenti a realizzare stuoie e incannare sedie, fanciulle impegnate in lavori a telaio e a tombolo, altre ancora occupate a realizzare fiori finti. Particolarmente apprezzate furono poi le esecuzioni musicali che si tennero nel Salone pompeiano dell’Esposizione sotto la direzione del maestro cieco Edoardo Mercanti, un tempo allievo dell’Istituto. I ragazzi eseguirono pezzi per organo, pianoforte e violino, richiamando i visitatori che si avvicinavano «attratti dai dolci suoni (...) e dalle melodie che echeggiavano».

L’ammirazione per la destrezza dimostrata dai giovani ospiti che parteciparono alla rassegna si accompagnava a sincero stupore per la loro serenità: «essi sono tranquilli, sono lieti: talvolta li vedete bisbigliare, sorridere, con un sorriso che dinota un animo sgombro da preoccupazioni, un animo cui l’abitudine ha tolto il senso immediato della sventura (...) essi sentono il bisogno di vita, di espansione, di dare uno scopo alla loro esistenza, questo ravvicinamento con la società li conforta, li rialza, li riconcilia alla loro dura situazione, li compensa dei loro dolori. Che gioia poter dire: anche noi possiamo fare qualche cosa che è apprezzato!».
Queste osservazioni dovettero certamente gratificare il direttore Luigi Vitali, da sempre convinto che anche i non vedenti, grazie alle loro capacità intellettuali e manuali, potessero legittimamente aspirare a inserirsi pienamente nella società civile.


di  Maria Cristina Brunati
Rielaborazione del testo pubblicato nel volume “Luce su luce”, Milano, 2003

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