Il fondatore dell'Istituto dei Ciechi di Milano Michele Barozzi

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La nascita dell'Istituto e l'opera del fondatore

michele barozziFrancesco Giovanni Baldassarre Michele Barozzi era nato a Milano il 6 maggio 1795, nel “terraggio” del Ponte dei Fabbri al n. 3540 (oggi via dei Fabbri 13). La casa, di proprietà del Pio Albergo Trivulzio, doveva essere stretta: i “terraggi” erano le viuzze addossate alla cerchia dei Navigli dal lato interno, a ridosso del canale.

Qui il nonno Michele e la nonna Giovanna Giani abitavano insieme ai due figli maschi Giuseppe e, appunto, Ambrogio (1769-1846), il padre del nostro, con la moglie Maria Angiolini (1769-1823). Il nonno era “conduttore”, ossia fittavolo: la stessa professione di Ambrogio, il quale in un atto del 1823 sarà qualificato “possidente nello Stato Sardo”. È dunque possibile che la famiglia Barozzi fosse immigrata a Milano dal Piemonte, forse da alcune delle terre lombarde annesse ai domini sabaudi nel corso del Settecento. Dall’appartamento sul “terraggio” Ambrogio e famiglia si spostarono dopo il 1811 nel sobborgo popolare di Sant’Eustorgio: “giù dal ponte di Porta Marenco”, al n. 3556 del borgo di Viarenna (oggi via Arena 4). A dispetto del quartiere di residenza, Ambrogio riuscì a garantire alla famiglia un tenore di vita dignitoso, offrendo almeno ai figli maggiori, Michele e Luigi, un’istruzione adeguata ad affrontare la carriera nei pubblici uffici.
Da un curriculum del 1835 apprendiamo che Michele aveva buona padronanza del latino, del francese e del tedesco; aveva seguito il corso completo di matematica, studiando scrittura doppia e le altre materie necessarie alla professione di “pubblico ragioniere”, di cui ottenne il diploma il 9 giugno 1819. Appena compiuti i sedici anni, nel giugno del 1811, era stato accolto come “alunno” nella Ragioneria della Prefettura dell’Olona, dove avrebbe proseguito la sua carriera per oltre vent’anni. L’ingresso effettivo nei ranghi della burocrazia avvenne nel novembre 1813, quando fu nominato in pianta stabile “ufficiale computista” con lo stipendio annuo di 307 lire. Era un salario da fame, ma i fondi dell’Erario non permettevano di più, in un periodo di continui e costosissimi sforzi militari. Nel 1814, promosso “ragioniere aggiunto” senza aumento di stipendio, gli furono offerte altre incombenze lavorative, da svolgersi fuori dell’orario d’ufficio come segretario municipale dei due Comuni di Pioltello e di Peschiera: allo stipendio si aggiunsero così 800 lire annue, e Barozzi poté decidersi alla formazione di una nuova famiglia.
Le nozze furono celebrate il 4 febbraio 1815. La sposa, Angela Maria Perego, non era di famiglia ricca, ma era riuscita a mettere insieme una dote di 4000 lire milanesi “in scherpa e robba”, a cui lo sposo riuscì ad aggiungere altre 1000 lire italiane con i suoi risparmi. Michele e Angela s’adattarono a convivere assieme alla famiglia di lui, con la quale rimasero anche in seguito alla nascita dell’unica figlia Luigia, tenuta a battesimo il 3 dicembre 1818 dagli zii Luigi, “studente”, e Carolina, “ricamatrice”. Finalmente, nel 1828, Michele riuscì a trasferirsi con moglie, figlia e suocera in un appartamento a sé, in Pontevetero 2224 (oggi n. 25), da cui presto traslocarono in quella che sarebbe rimasta la loro dimora definitiva nella contrada dell’Orso-Olmetto (via dell’Orso 20).
Dal punto di vista della carriera i primi dieci anni della Restaurazione austriaca erano stati per Michele i più difficili. Con il cambiamento delle sorti politiche del Milanese, alla Prefettura dell’Olona era subentrata l’imperial regia Delegazione Provinciale di Milano e il nostro s’era ritrovato a perdere la parte più consistente dello stipendio: le funzioni dei segretari comunali erano state riassorbite in quelle dei cancellieri del censo. Nell’agosto 1818 il Governo aveva concesso a Barozzi il “diurno di prima classe”, ossia un fiorino al giorno (1095 lire all’anno incluso lo stipendio originario), a seguito del rapporto favorevole della Delegazione Provinciale che aveva sottolineato “le non comuni capacità” di Michele, al quale erano affidate mansioni superiori al suo rango di semplice “cancellista”: ma già un anno dopo gli fu tolto anche quel “tenue compenso” e Barozzi tornò “al solo soldo originario di lire 307 annue”. La designazione definitiva giunse il 7 agosto 1825: Michele, dopo quattordici anni di duro lavoro si ritrovò fresco di nomina ai gradini più bassi della gerarchia, con un soldo di appena 300 fiorini. In meno di tre mesi però, tra il luglio e il settembre del 1826, divenne “terzo computista” e subito dopo “secondo computista”. Ai 500 fiorini di “primo computista” sarebbe giunto solo il 5 febbraio 1836, quando ormai la sua vita lavorativa aveva conosciuto la prima grande svolta.

La direzione delle Pie Case d’Industria e di Ricovero

Con risoluzione vicereale del 19 gennaio 1834, il ragionier Barozzi era stato incaricato “interinalmente” di assumere la direzione delle Pie Case d’Industria e di Ricovero di Milano (istituzione da cui discende l’attuale Istituto geriatrico “Piero Redaelli”), per porre rimedio ai “gravi difetti ed abusi” rilevati nella precedente gestione. La sua nomina stabile a direttore dell’istituto, decretata il 26 luglio 1836 con un onorario di 1200 fiorini l’anno, premiava la straordinaria efficacia e incisività dell’azione riformatrice intrapresa da Barozzi, che ottenne gli elogi del governatore in persona, il conte Francesco von Hartig, in occasione della visita compiuta il 19 giugno alla Pia Casa di San Marco. 

Sulle pagine degli “Annali universali di statistica” di quell’anno, troviamo un utile resoconto dell’istituto al quale Barozzi avrebbe dedicato le sue cure fino al pensionamento nel 1859. Le due Pie Case, “collocate in quartieri opposti e più popolati della città, cioè presso Porta Ticinese e Porta Comasina […], formano però un solo stabilimento, hanno una sola Direzione”.
Nelle Case d’Industria e di Ricovero di Milano vi sono due qualità di beneficiati: cioè i ricoverati e gli intervenienti giornalieri. I primi hanno nell’Istituto l’alloggio, ciascuno un letto a pagliariccio […] e l’abito di tutta la persona, al quale in questi ultimi anni da chi attualmente dirige lo Stabilimento furono aggiunte le mudande con grande utile della pulitezza e della sanità. I ricoverati nel 1835 furono 505.
Gli intervenienti giornalieri si recano alla mattina alla Pia Casa e attendono al lavoro loro assegnato, ed escono alla sera. […] Per adequato [ossia in media] il numero de’ lavoratori in queste Pie Case nel 1835 fu di 1214 al giorno compresi i 505 ricoverati.
Considerate come Case d’industria sono eguali […], ma come Case di ricovero, sono divise in modo che in quella di S. Marco non vi alloggiano che uomini, e possibilmente al dissotto di 60 anni; in quella di S. Vincenzo i vecchi che oltrepassano questa età, le donne ed i fanciulli derelitti.
I derelitti erano bambini abbandonati dai genitori a più di un anno dalla nascita; dal 1817 la Pia Casa di San Vincenzo aveva cominciato ad accoglierli, e in alcuni anni ne ospitò anche 120. Divisi in due classi, avevano “dormitorii a parte, un’istruzione elementare e un’istruzione particolare catechistica” e andavano “ad educarsi in utili professioni presso artefici ed officine della città”.
Il lavoro assegnato alla generalità dei poveri era ripartito in due manifatture: “le telerie e le cotonerie. Prese le materie prime, tutto il resto dalla cardassatura all’imbiancamento o tintura della manifattura si fa nelle Pie Case”. In un biennio di gestione Barozzi il ciclo produttivo, prima in perdita, era diventato efficiente: “dopo gli ultimi ordinamenti, e specialmente il premio dato alla perfezione del lavoro, il filato è ridotto a tale buon ordine che non ve n’è alcuno che convenga gittare come usavasi prima essendo troppo grossolano, e ve ne ha di sì sottile che vi si fanno tele e tessuti di finissima qualità. […] Con tutti questi ordinamenti il signor Barozzi ottenne, che le Pie Case sieno fiorenti, e quello che più vale, ne conseguì una grande economia…”
Nel giro di poco tempo, Michele giunse a nutrire l’ambizione di fare del suo stabilimento caritativo un modello per le altre industrie. Barozzi ebbe anzi l’idea di creare una stoffa col “lino nazionale” che facesse concorrenza a quello di Fiandra. “Egli pose i poveri ricoverati alla prova, e tanto moltiplicò nelle esperienze, che giunse […] a lavorare un tovagliuolo in lino lombardo che per la finitezza e lucidezza del filato si avvicina, anzi pareggia quelli di Fiandra, e li vince nel disegno perché è continuamente variato, mentre negli esteri si ripete da un lato quanto è rappresentato dall’altro”. Il “tovagliuolo” realizzato nel 1838 fu presentato alla “straordinaria esposizione” promossa dall’Istituto di Scienze Lettere e Arti per celebrare l’incoronazione di Ferdinando I a Milano; la partecipazione delle Pie Case alle varie Esposizioni industriali e ai concorsi divenne un appuntamento fisso, coronato da lusinghieri riconoscimenti, che Barozzi seppe sfruttare come stimolo e gratificazione per gli assistiti, ma soprattutto come un vero “canale pubblicitario”, per far conoscere alla cittadinanza i buoni frutti della carità pubblica.

La nascita dell’Istituto dei ciechi
Già nel maggio 1836, intanto, Barozzi era stato coinvolto in quella che sarebbe diventata la grande avventura della sua vita. La sua presenza era stata richiesta in una commissione per studiare l’introduzione a Milano di un Istituto d’educazione per i poveri ciechi. Il verbale della prima e unica riunione, il 13 maggio 1836, è emblematico. Barozzi - solo non nobile tra i conti Mellerio, Greppi, Taverna, Della Somaglia e Bellani - non prese mai la parola; ma la commissione poté giungere a una decisione concreta solo perché Michele aveva redatto un lungo e chiaro progetto operativo, che poté essere subito approvato: il suo piano prevedeva di semplificare l’impianto del nuovo Istituto appoggiandosi alla struttura operativa delle Pie Case d’Industria, da lui dirette, che potevano offrire “senza o con poca spesa gli occorrenti locali, le persone di servizio e l’assistenza medica e religiosa, nonché un’istruzione ne’ lavori di filatura, tessitura di nastri e cose simili”. (E infatti i Luoghi Pii Elemosinieri, dai quali dipendevano le Pie Case, rimasero gravati fino al 1851 delle spese di mantenimento dell’Istituto dei ciechi).
La paternità dell’iniziativa, comunque, va senz’altro attribuita al governatore von Hartig. Quando i convenuti cominciarono a interrogarsi sull’effettiva necessità di un ricovero per ciechi in Lombardia, visto che in tutta la regione si contavano appena un centinaio di non vedenti, il delegato provinciale ricordò loro di non averli convocati per discutere “della convenienza di erigerlo”, bensì per “fissare i modi di erigerlo” in attuazione di un dispaccio governativo del 21 febbraio 1836: “gli ordini superiori pervenutigli sull’argomento sono precisi”. Una lettera di Barozzi assai più tarda sembrerebbe attribuire l’idea del governatore lombardo a una sua visita al rinomato Istituto des jeunes aveugles di Parigi; ed è certo che von Hartig si recò proprio là per acquistare, a proprie spese, diversi libri stampati in rilievo “ed alcuni lavori di quel grande Istituto onde servissero al nascente stabilimento lombardo”.
Un’epidemia di colera fece sospendere ogni provvedimento per tre anni, ma il 7 maggio 1839 il Governo dava finalmente il via all’attuazione del progetto. Per la fine di agosto, con un finanziamento di 3000 lire della Commissione Centrale di Beneficenza (l’odierna Cariplo), nella Pia Casa di San Marco era stato allestito un locale separato, “bellissimo e capace di raccogliere ventiquattro ciechi”. Questi spazi erano destinati a rimanere disabitati fino al 31 maggio 1841: i primi ospiti erano soltanto due - Giuseppe Fabbrica e Antonietta Banfi - e si preferì accoglierli, il 13 luglio 1840, nella sede di San Vincenzo, “perché trovandosi ivi ricoverati i figli derelitti, si poteva procurare ai poveri ciechi la compagnia di qualche buon fanciullo di eguale età che dissipasse la loro malinconia, tanto facile ad ingenerarsi nei ciechi allorché si trovano nella solitudine”.
Sono questi piccoli segni di attenzione che lasciano trasparire la personalità di Barozzi, e ci fanno sentire la sincerità delle frasi da lui pronunciate una ventina d’anni più tardi nella commossa rievocazione di quei primi tempi:
Il pensiero di poter essere giovevole ad una classe d’individui ch’io ho sempre riguardata come la più infelice, mi inspirò ai sentimenti del conte di Hartig; mi trovai, senza sapere come, inspirato di idee e di pensieri che prima non aveva mai concepito; m’immedesimai con ardore di tutti i bisogni che vi erano inerenti.

La sfida tiflo-pedagogica, occasione di scambi internazionali
La sfida più grande, con cui Barozzi si misurò da subito, era quella che oggi chiameremmo tiflo-pedagogica: la ricerca delle modalità e delle tecniche più efficaci per istruire i non vedenti. Problema tanto più arduo se si pensa che i quattro istruttori elementari, per ragioni di economia, erano stati da lui scelti “fra i più educati e savi ricoverati” delle stesse Pie Case d’Industria. Barozzi li aveva “sperimentati” nelle nuove mansioni, preparandoli ad insegnare l’aritmetica “secondo il sistema del rinomato cieco Saunderson indicato nelle opere di Diderot”, opportunamente adattato. Ma “non potevano bastare i soli metodi che di mano in mano il direttore Barozzi immaginava d’introdurre, né la sola lettura di quelli che praticavansi negli altri Istituti”: occorrevano il contatto e il confronto diretto. Il 15 luglio 1841 prese un mese e mezzo di ferie “per visitare i principali Stabilimenti d’industria e di ricovero della Monarchia ed anche della Baviera”, includendo nell’itinerario l’Istituto dei ciechi di Monaco e quello di Vienna, fondato nel 1804 da Johann Wilhelm Klein. E qui ebbe una vera illuminazione. La prodigiosa preparazione dimostrata dai giovani allievi viennesi “in tutto ciò che vi ha di più difficile nell’umano sapere”, agli esami pubblici del 16 agosto, convinse Barozzi “che anche i ciechi possono fare quant’altri ciò che occorre nella famiglia degli uomini …”
Fin dal 1842 Michele introdusse a Milano il Nouvelle procédé di Braille per la scrittura e la lettura dei testi e della musica: un esperimento precoce che però fu “tosto abbandonato”. Barozzi ricorderà più tardi la “ripugnanza che mostrarono gli allievi di questo Istituto ad occuparsi di qualsiasi metodo stenografico”, poiché “richiedendosi una soverchia occupazione di mente e di tempo, le idee e l’estro dell’allievo venivano inceppate”. Da allora egli moltiplicò senza sosta gli esperimenti di nuove macchine da scrivere che consentissero di stampare contemporaneamente in rilievo e in nero ma con caratteri normali (celebre divenne, fin dal 1847, la macchina Barozzi).
Il 12 febbraio 1846 il delegato provinciale Antonio Bellati si recò alla Pia Casa di San Marco per consegnare solennemente al direttore la grande medaglia d’oro con catena conferita meritis Michaelis Barozzi dall’imperatore, a seguito dei rapporti lusinghieri del Governo milanese e dello stesso Klein: il nostro volle che alla cerimonia partecipassero i dipendenti e gli ospiti delle Pie Case insieme agli istruttori e agli allievi dell’Istituto, poiché il merito era di tutti.
La testimonianza più vivace, sul clima umano che Michele aveva creato nell’Istituto, si trova nel breve epistolario con Bianca Milesi Mojon. Figura artistica, intellettuale e politica di spicco nella Milano dei primi decenni del secolo, dopo l’adesione ai moti antiaustriaci del 1821 Bianca si era rifugiata a Genova e poi a Parigi con il marito, il medico Carlo Mojon, insieme al quale sarebbe morta prodigandosi per i malati di colera nel 1849.
I due s’erano conosciuti di persona, e Michele le aveva affidato l’incarico di procurargli da Parigi nuovi strumenti per la scrittura dei ciechi: compito cui ella si consacrò con vero ardore missionario. Nel 1846, quando egli manifestò il desiderio di recarsi in visita all’Istituto di Parigi (progetto poi naufragato), Bianca cercò di disilluderlo:
Avrei una grande soddisfazione personale di rivederla qui a Parigi, ma debbo dirle in coscienza, che credo piuttosto che sarebbe utile, di mandar a Milano a scuola gli istitutori e sorveglianti di Parigi, piuttosto che di far venir qui i Milanesi. Ella troverà qui del lusso nello stabilimento, ma un cuore che palpita come il suo, non lo troverà di certo, ed è questo che vivifica, la me lo creda. Il resto è orpello. Le prometto che i suoi ciechi non profitteranno un jota del suo viaggio a Parigi.
A Parigi Michele finì per recarsi nel 1851, quando partì per un tour degli istituti assistenziali che avrebbe toccato anche Strasburgo e Londra, in cui desiderava vedere “varie macchine per la scrittura de’ ciechi estese all’impressione della musica, di cui il nostro Istituto (che ha già formato degli allievi compositori) sente urgente bisogno onde possano scrivere di mano in mano i loro concetti musicali”. Questa ricerca era stata sempre a cuore a Barozzi, che a Parigi poté discuterne personalmente con Louis Braille a cui diede incarico di costruire per gli allievi di Milano “una macchina onde scrivere la musica colle note comuni”.

I riconoscimenti degli ultimi anni
Sono del 1851 le prime tracce dell’importante amicizia tra Barozzi e il banchiere Sebastiano Mondolfo (1796-1873): un’amicizia che si snoda davanti ai nostri occhi in una sequenza di bigliettini e di brevissime missive spedite fino al 1866: gli inviti a pranzo, gli esami annuali dei ciechi, le premure perché questi potessero “fare il mese solito di campagna”, l’acquisto della nuova sede dell’Istituto in Porta Nuova (1855) interamente finanziato da Mondolfo.
Proprio nel 1855, in occasione dell’Esposizione universale di Parigi, le allieve cieche di Milano ottennero la menzione onorevole per un remarquable tappeto riccamente decorato, che fu lasciato in dono all’Istituto parigino. Fu certo una rivalsa sullo scetticismo dimostrato dall’ambiente francese, che scandalizzava la Milesi: “Ognuno si è burlato di me, quando ho asserito che le cieche di Milano distinguono i colori delle lane e delle sete col tatto”. Lusinghieri apprezzamenti furono raccolti anche nella Relazione statistica sugli Istituti esistenti in Europa per l’educazione dei poveri ciechi del dottor Pollak, direttore dell’Istituto dei ciechi di Saint Louis nel Missouri, che qualificava la fondazione milanese come “la meraviglia di tutti gl’Istituti ch’io abbia veduti”.
Il più limpido elogio di Barozzi, però, viene da una memoria letta all’Istituto lombardo di Scienze Lettere e Arti l’8 maggio 1855:
Egli fu il primo, ed ancora l’unico, a trovare il modo di fissare su certe tavole già preparate le operazioni aritmetiche anche le più difficili. Egli rifece di nuovo l’apparecchio del cieco parigino Foucault, col quale possono i ciechi corrispondere per lettera coi vedenti. Egli perfezionò la stampa in rilievo della musica e delle carte geografiche, innestando ai segni lineari anche i vocaboli descrittivi. Egli fu pure il primo, ed è rimasto ancora l’unico, che abbia saputo introdurre il linguaggio tattile, onde porre in iscambievole corrispondenza i sordo-muti coi ciechi.
Le ultime parole introducono un’altra vicenda in cui Barozzi ebbe un ruolo importante, la fondazione del Pio Istituto per i sordomuti poveri di campagna. Fin dal 1805 esisteva a Milano il Regio Istituto dei Sordomuti, fondato dal medico francese Antoine Eyrand e sviluppatosi sotto la direzione dell’abate Giuseppe Bagutti. Ma questo Istituto si rivolgeva soltanto ai sordomuti del ceto medio cittadino. Le indagini statistiche promosse a metà Ottocento dal conte Paolo Taverna svelarono l’alto numero di ragazzi privi d’udito presenti nelle campagne milanesi, dove generalmente erano lasciati “immersi nella più stupida ignoranza”: da qui il progetto di creare un nuovo Istituto per offrire loro un’istruzione specifica, che li mettesse in comunicazione con gli altri uomini e li preparasse a lavori utili nella realtà contadina cui erano destinati a tornare. Della Commissione formata da Taverna nel 1852 per studiare e attuare il progetto fece subito parte anche Barozzi, il quale nella seduta del 25 maggio 1853 offrì la soluzione idonea al problema della sede: una piccola ala della Pia Casa di San Vincenzo, facilmente separabile dal resto del ricovero e aperta verso i campi, vicino alla strada della Mussolina. Così, alle sue cure s’aggiunse quella di direttore della “Colonia agricola dei Sordo-muti”, com’egli la chiamava, che presto ebbe un ingresso separato dalla Pia Casa, al n. 21 di via San Vincenzo.
Con dispaccio 12 maggio 1859, l’I. R. Governo civile e militare di Lombardia concedeva al direttore delle Pie Case d’Industria di passare “nel ben meritato stato di riposo, accordandole in via di grazia, a titolo di pensione, l’importo annuo di fiorini 1575 corrispondenti al soldo ed all’assegno ad personam fin qui goduto durante l’attività”.
Già provato da salute malferma, Michele Barozzi soccombette al colera la mattina di sabato 24 agosto 1867: com’ebbe a scrivere Mondolfo “egli lasciò dietro a sé, frutto delle sue lunghe fatiche, una onorata povertà e un nome degno del patrio Famedio”. Tutti i necrologi piansero il lutto che aveva colpito la sua “famiglia”: l’Istituto dei ciechi.

Marco Bascapè

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