Integrazione scolastica: quello che la legge non dice

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Allieva che utilizza tecnologie informatiche assistive.Difficili sono le situazioni degli enti locali, soprattutto per la soppressione delle provincie. Difficili da erogare, se non addirittura aboliti, i servizi tiflologici dell’Istituto dei Ciechi di Milano. Al di là della posizione specifica dell’Istituto dei Ciechi, volta alla continuità e all'imprescindibilità del servizio, ci preme entrare nel merito della questione, ossia riflettere sul contenuto della consulenza tiflologica che attualmente la legge sembra non contemplare fra i servizi essenziali.

Un concetto da ridefinire: l'assistenza
Non vogliamo qui addentrarci nelle elencazioni giuridiche delle diverse norme che esplicitano l’esigenza di supporti e sostegni sulla base di diritti o principi costituzionali, senza peraltro definire in cosa debbano consistere. Non si dice mai cosa significhi l’espressione “integrazione scolastica” per i minori disabili visivi, ciechi o ipovedenti. Non si dice cioè cosa bisogna fare e quali competenze sono necessarie per realizzare positivamente lo stare a scuola da parte di chi non vede.

È necessario, per quanto concerne il versante scuola (parliamo quindi di curricoli, contenuti, apprendimenti) definire in maniera più corretta il concetto di assistenza, carico di diverse valenze a seconda del soggetto e del compito da svolgere e, nel contesto degli Enti locali, spesso associato a quello di integrazione o di inclusione.

Il minore disabile visivo che va a scuola ci va perché, nel rispetto delle sue caratteristiche peculiari, percorra un itinerario formativo completo, “alla pari degli altri”, realistico e coerente.
È allora evidente che l’assistenza fornita deve tener conto delle realtà e non essere un mero affiancamento contenitivo, spesso passivo e privo di progettualità.

Stare a scuola, per il bambino/ragazzo cieco o ipovedente, significa starci bene e con positività. Dopo la chiusura delle scuole speciali negli anni Settanta, ciò che è stato pensato a supporto concreto dell’integrazione non è una generica assistenza, fatta magari con i migliori sentimenti di accoglienza, ma una specifica complessità di saperi educativi e pedagogici volti a rispondere ai bisogni educativi speciali.

I bisogni educativi dei minori con deficit visivo totale o parziale assumono il significato di specificità, sono cioè riferiti ad ambiti specifici (metodologici, didattici, strumentali) che trovano risposta proprio nell’insieme dei saperi tiflologici.
La risposta è un’assistenza non generica nemmeno generalizzata, bensì mirata, che si basi su competenze ben definite nelle prassi finora condotte e nell’esperienza maturata in questo trentennio. Purtroppo tutto ciò non è ancora circoscritto a livello normativo.

Il tiflologo: una figura professionale ancora da riconoscere
La mancanza di una norma o una sua più corretta definizione non significa l’assenza del problema o la negazione delle esperienze condotte, semmai costituisce elemento fondante per la promozione di una legge o l’aggiunta di norme per colmare lacune come nel caso di cui parliamo.
Come avvenne negli anni Settanta quando alcune importanti esperienze di inserimento anticiparono le future leggi sull’integrazione!
Da qui l’inderogabile definizione della figura del tiflologo come professionista specializzato che assolva a quei compiti educativi e declini il verbo "assistere" in coerenza con i reali bisogni, formativi e sociali, dei minori con disabilità visiva.

Se ha senso parlare di tiflologia, fondata dal maestro della pedagogia per i ciechi in Italia Augusto Romagnoli, allora ha senso parlare della figura professionale che la esercita: il tiflologo o, più compiutamente, il tiflopedagogista.

Da dove nasce la figura del tiflologo?
Nelle scuole speciali per ciechi (primaria e secondaria di 1° grado) agli insegnanti era richiesto un titolo di specializzazione biennale, conseguito presso la scuola statale per educatori Augusto Romagnoli. Nel momento in cui, a partire dagli anni Settanta, per la scuola dell’obbligo (i ragazzi ciechi hanno sempre frequentato le scuole superiori nei comuni istituti scolastici) cominciò la stagione degli inserimenti, si cominciò a parlare di trasferimento di competenze, tecniche e strumenti agli insegnanti e alle scuole che accoglievano i disabili visivi sul territorio. Prima di questa stagione ogni insegnante o educatore dei ciechi era un tiflologo.

Da chi veniva la competenza di quel trasferimento? Dal personale specializzato appartenente all’Istituto dei Ciechi che, trasferendo principi pedagogici, criteri metodologici e strategie didattiche ovvero competenze tiflologiche, ha consolidato negli anni il “servizio di consulenza tilflologica” affermando la figura professionale del tiflologo.

Una figura indispensabile
Il tiflologo è una figura dalla quale non si può prescindere. Vediamo perché.
La scuola non ha dato seguito a quanto previsto dalle leggi 517/77 e 104/92 (legge non prescrittiva, ovvero se non è rispettata non comporta sanzione) che asseriscono chiarimenti nei principi ma permangono deboli nella traduzione pratica, pertanto l’appartato complessivo che accompagna lo stare a scuola del disabile visivo di fatto non è fornito compiutamente dalla sola scuola.

La scuola può dare, ma in questi anni ha mostrato tutta la lacunosità del sistema, a partire dai docenti di sostegno, preparati in modo generico alla specificità della disabilità visiva.
La scuola inoltre non dispone di ausili e materiali tiflodidattici coerenti con le diverse discipline, di testi scolastici a redazione tiflodidattica, di metodologie tifloinformatiche a tecnologia assistiva avanzata, come ad esempio l’uso della Lim - Lavagna Interattiva Multimediale - che in classe non è escludente per i disabili visivi.
Per questo siamo tenuti ad affermare e riaffermare l’imprescindibilità di una consulenza tiflologica (indipendentemente da chi la effettua) per permettere ai disabili visivi di usufruire delle pari opportunità formative.

Si riconferma dunque la necessità di fornire sì un’assistenza, che però deve essere mirata ai reali bisogni formativi dell’allievo disabile visivo, per dargli la possibilità di essere attivo e partecipe in classe, alla pari degli altri.

di Giancarlo Abba
Direttore Scientifico
Istituto dei Ciechi di Milano

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