Il tiflologo: competenza e ruolo nell’inclusione scolastica

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Libro tattile prodotto dal Centro materiale didattico dell'Istituto dei Ciechi di Milano

Da diverso tempo è invalso l’uso di associare il concetto di assistenza per minori disabili visivi a quello di accudimento, di cura della persona, lasciando in secondo piano quello di supporto tiflodidattico, più segnatamente adiacente alla dimensione scolastica, formativa, dell’apprendimento e delle conoscenze.
Il verbo “assistere” nei suoi molteplici significati va declinato anche sul versante scuola e non solo su quello terapeutico-riabilitativo.
Chi non vede e inizia il percorso scolastico deve avere la possibilità di percorrere, con gli strumenti più opportuni (tiflotecnici, tifloinformatici) e le strategie più adeguate (tiflologiche, tiflodidattiche), l’itinerario formativo alla pari degli altri, accorciando le distanze tra sé e il resto della classe, con la possibilità concreta, in base alle capacità individuali, di raggiungere il successo scolastico.
Se dimentichiamo questo aspetto e lo incartiamo nel generico (ormai) concetto di integrazione o esclusivamente nell’ancor più generico aiuto, supporto, affiancamento del minore non vedente o ipovedente, non rispettiamo e non attribuiamo alcuna finalità al lavoro condotto con chi non vede.

La figura imprescindibile del tiflologo

Bambino non vedente legge un libro tattile insime al tiflologoLa figura dell’assistente alla comunicazione (così chiamata da più parti senza particolari definizioni di competenza) non risponde pienamente alle esigenze dei minori disabili visivi, salvo quella obsoleta di assolvere al compito di lettore.
Il problema della competenza si pone in tutta la sua evidenza anche di fronte alla pluridisabilità, dove si deve rispondere alle esigenze tiflologiche specifiche dei bambini/ragazzi interessanti.
Va comunque sottolineato che l’assistente alla comunicazione per le situazioni più complesse assolve una funzione indispensabile. Infatti alcune esperienze formative rivolte all’assistente alla comunicazione sono organizzate dalle facoltà di medicina o di psicologia clinica.
Quando però vengono trattati i problemi educativo-pedagogici della disabilità visiva è necessario parlare di tiflologia (pedagogica e didattica) tornando a riproporre, di conseguenza, l’imprescindibile figura del tiflologo o tiflopedagogista. Questa figura necessita di una normativa che ne definisca il profilo professionale, tenendo conto che la tiflologia è da oltre un secolo la disciplina che “parla” di tematiche e strategie educative dei ciechi. Durante la stagione delle scuole speciali chi avesse avuto l’intenzione, cieco o vedente, di insegnare o occuparsi sul piano educativo dei disabili visivi, aveva l’obbligo di frequentare un corso di specializzazione presso la Scuola di Metodo Augusto Romagnoli di Roma, della durata di 2 anni, così come negli anni Ottanta era richiesto, per tutte le disabilità, la frequenza al Corso Polivalente della stessa durata.
Oggi, dopo quasi un quarantennio di esperienza dell’integrazione scolastica, siamo chiamati a fare una riflessione sulla specificità tiflologica necessaria per l’istruzione dei ciechi.

Dal Braille ai microchip

Da quando i ciechi hanno potuto usufruire del Braille (per citare solo il punto di partenza) si sono spalancate per loro le porte della cultura. L’accesso al sapere è stato reso possibile però grazie anche a un apparato strumentale prima solo tecnico e oggi anche tecnologico e didattico. Di questi strumenti i disabili visivi si devono avvalere per apprendere le diverse discipline scolastiche o le diverse branche del sapere. In tale contesto rientrano a pieno titolo gli ipovedenti, anch’essi “carichi” di strumentalità tecnologica e di accorgimenti didattici volti a favorire gli apprendimenti.
Questo complesso apparato, unitamente “al corpus” disciplinare tiflopedagogico e metodologico, è un patrimonio scientifico che va mantenuto e sviluppato proprio per non correre i rischio che si polverizzi in sterili didatticismi, relegato nel sottoscala della scuola. Bisogna insomma evitare che venga confinato in una sorta di non scuola, chiuso nella dimensione dedicata solo ai disabili, passando dalla esclusività tiflologica (positiva) alla esclusione dal contesto degli altri (negativa).
La specificità tiflologica non deve significare separazione ma, al contrario, inclusione.

Il primato dell'istruzione
Il nostro compito è quello di riaffermare, se non proprio il primato dell’educazione, oggi dimenticato e frammentato in mille rivoli di accezioni, almeno quello dell’istruzione perché troppi sono i rischi che si corrono per la mancanza di conoscenze circa lo sviluppo psicologico e relazionale, i processi di apprendimento, la dimensione psicomotoria e cognitiva dei disabili visivi. La mancanza di conoscenze da parte di operatori, educatori e insegnanti aggrava l’handicap, lo amplifica e oscura le reali potenzialità del ragazzo.
E tutto ciò vale anche quando si parla di disabili visivi con deficit associati, dove le conoscenze e le strategie da adottare necessitano di particolare attenzione e precisione.
Da qui la (ri)proposizione dello specialista tiflologo colui che, insieme alla scuola e alla famiglia, interviene sui diversi processi di sviluppo, indicando gli itinerari, le strategie, le possibili soluzioni dei problemi di chi è disabile visivo (cieco o ipovedente).

La specificità necessaria

TifloPic01Ciò che qui viene sottoposto a dibattito è la necessità della figura del tiflologo il quale, in relazione al curricolo, fornisce gli obiettivi, disegna il percorso più opportuno, suggerisce i metodi per acquisire le competenze prefissate nella programmazione.
Il tiflologo, inoltre, non lascia sola la scuola che non possiede le dovute specializzazioni o non è dotata dell’apparato strumentale (tiflodidattico, tifloinformatico) necessario.
La figura dell’assistente alla comunicazione non viene messa in dubbio. In diverse situazioni svolge una funzione di supporto, di aiuto, di affiancamento al disabile visivo per metterlo nella condizione di poter stare a scuola in modo sereno. Da solo però non può soddisfare compiutamente le aspettative, oltre che i diritti formativi.
Il tiflologo è un mediatore importante che fa dialogare soggetti diversi ruotanti nell’area dell’allievo disabile. Il tilfologo, tra gli altri, e tra questi proprio l’assistente alla comunicazione, si assume il compito culturale e pedagogico di tenere in focus il bambino, il ragazzo, non la disabilità come purtroppo rischia, oggi, di essere contemplato il problema.
Una figura quindi che interviene nei processi di apprendimento e che, attraverso gli elementi coerenti con la specificità tiflologica favorisce lo stare a scuola “alla pari degli altri” degli alunni disabili visivi in stretta collaborazione con i docenti responsabili di quei processi, con tutti i docenti, non solo quelli di sostegno.

La scuola non è un centro riabilitativo

La scuola non deve correre il rischio di “rinchiudere” genericamente i disabili nel recinto della “patologia” dell’handicap, pur senza negare nulla ai dati di realtà dei deficit, sensoriali, fisici, psicofisici e motori. Anche perché, senza voler semplificare in modo eccessivo, ma per rendere chiaro un modo di intendere il problema “la scuola non deve indossare il camice e il medico non deve fare didattica”.
I due mondi debbono parlarsi, già lo fanno, però gli ambiti specifici devono rimanere tali. Il disabile visivo quando va a scuola non va in un centro riabilitativo sanitario. È necessario un reciproco e paritario scambio di conoscenze, di informazioni e una coerente collaborazione tra i diversi ambiti che “toccano” il bambino ma la scuola non può inventarsi o darsi quello che non ha, soprattutto in questo periodo storico carente di risorse.
Sappiamo però ciò che può dare la competenza tiflologica, pedagogica e didattica. Sappiamo anche, a maggior ragione, che intorno alla figura del tiflologo deve (ri)nascere un forte dibattito che ridia smalto al tema della scolarizzazione vera di disabili visivi, considerati tali, con la specificità che li contraddistingue (la mancanza totale o parziale della vista) senza aleatorie e generiche affermazioni sull’integrazione e senza quelle false affermazioni pietistiche che però sul piano della specificità necessaria, degli strumenti indispensabili, delle metodologie corrette, non portano a nulla di concreto.

Giancarlo Abba
Direttore scientifico Istituto dei Ciechi di Milano

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