La bellezza sotto le dita

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Laboratorio di Luigi Turati

Le dita lunghe e affusolate accarezzano dolcemente la superficie di un tronco d'ulivo. Scorrono sulle irregolarità del legno, i nodi, le curve, le diramazioni che determineranno la forma della scultura che verrà. Sole, pioggia, vento gelo hanno plasmato il legno fino a questo momento. Adesso tocca alla mano dell'uomo tirar fuori dalla materia il disegno impresso dagli elementi naturali. La storia dell'albero si intreccia a quella dello scultore, dando vita a qualcosa di nuovo.

Così lavora Luigi Turati, artista non vedente che ha dedicato la sua vita alla scultura e alla ricerca figurativa. Fisico asciutto, mani eleganti e un grembiule che porta i segni di molte stagioni passate al banco da lavoro. Ecco Luigi nel suo laboratorio di Milano, dove mi accoglie mostrandomi decine di opere frutto di un percorso artistico iniziato più di trent'anni fa. Racconta di aver lavorato con materiali diversi, dal bronzo al marmo fino al forex, ma è il legno il suo ambito espressivo prediletto.

Turati RitrattoPic«Con il legno non puoi avere un progetto ben definito» spiega Luigi «devi adeguarti alle sue linee e affinare la sensibilità delle dita per seguire sue forme».
Luigi Turati per lavorare utilizza gli strumenti di una volta, sgorbie, scalpelli, mazzuolo, lime e non prende minimamente in considerazione i macchinari elettrici. «Rischierei di farmi troppo male, già con una sgorbia affilata come un rasoio può capitare di tagliarsi in un attimo di distrazione».

Dalla necessità di lavorare con gli strumenti tradizionali, affidandosi al tatto e prendendosi tutto il tempo necessario per realizzare un'opera scaturisce lo stile inconfondibile di Luigi, fatto di attenzione ai dettagli e ricerca della perfezione formale.

«Se c'è un centimetro che al tatto mi sembra poco piacevole io ci sto su anche un paio d'ore per renderlo liscio e morbido. Con i macchinari sarebbe più facile ma il risultato non altrettanto bello».

Non ama mettere in risalto la sua condizione di non vedente, anche se ciò avrebbe potuto rivelarsi un'astuta strategia commerciale. «Ho sempre desiderato che le mie opere venissero apprezzate indipendentemente dal fatto che non ci vedo. E perché, se ci vedessi non avrebbero valore?».

Ci vuole una passione e una volontà fuori dal comune per dedicarsi a un'arte figurativa, quando non si ha la vista. Le difficoltà nel dare forma alla materia senza usare gli occhi si possono solo immaginare.
Eppure, quando la disabilità costringe a concentrarsi sul senso del tatto e sulla sensibilità delle dita ecco che possono aprirsi mondi nuovi, orizzonti artistici inesplorati.

«L'arte scultorea è un'arte tattile. Consiglio sempre a chi vede di toccare le opere per comprenderle davvero. Purtroppo nella maggior parte dei musei e delle mostre ciò non è possibile perché è vietato toccare. Un peccato».

Per Luigi Turati la quasi totale impossibilità di confrontarsi con il lavoro degli altri scultori ha un aspetto positivo: le sue opere sono assolutamente originali, frutto di un percorso di ricerca compiuto individualmente. Luigi sembra non appartenere alla nostra epoca caratterizzata dalla riproducibilità illimitata di oggetti, immagini, idee. «Nessuno potrà mai accusarmi di averlo copiato, anche perché io le opere degli altri non posso vederle».

Una mostra su Luigi Turati si è tenuta nel febbraio 2015 all'Istituto dei Ciechi di Milano, inaugurata in occasione di una visita del Cardinale Angelo Scola.

di Marco Rolando

 

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