180 anni fa nasceva l'Istituto dei Ciechi di Milano

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Il 13 luglio 1840 Michele Barozzi attivava il Pio Istituto de' Ciechi in Milano, accogliendo presso la Pia Casa d'industria in San Vincenzo due giovani allievi: Giuseppe Fabbrica e Antonietta Banfi, entrambi di 8 anni. Sono passati 180 anni da quel giorno, durante i quali è stato fatto un lungo cammino per sostenere chi non vede verso il traguardo della piena inclusione sociale, scolastica e lavorativa. Ripercorriamo la storia dell'ente milanese dai primi anni della fondazione al 1910 [ Prima parte]

Dipinto della vecchia sede dell'Istituto dei Ciechi in Corso di Porta Nuova a Milano, 1875. “La Lombardia, …si era sempre distinta in ogni opera di carità, …, e perciò S.E. il Sig. Conte di Hartig Governatore della Lombardia …..ideava l’erezione in via di esperimento di un Istituto in cui i figli ciechi potessero avere qualche istruzione da renderli atti a ritrarre onorevolmente i mezzi di sussistenza ed un necessario sollievo allo spirito”.

Con queste parole il ragionier Michele Barozzi, fondatore dell’Istituto dei Ciechi di Milano e già direttore delle Pie Case d’Industria e di Ricovero di Milano, introduceva nel luglio 1845 una “relazione dettagliata della sua fondazione, del suo sistema disciplinare ed amministrativo, de’ metodi d’istruzione e del loro risultato”, da inviare all’Imperial Regia Commissione Aulica degli Studi. Le finalità di tale Ente erano chiare nel progetto di Barozzi: “L’Istituto ha per iscopo principalissimo di riparare in parte ai torti della natura coll’istruire e consolare i ciechi dando loro l’idea la più possibilmente estesa del creato e far loro amare il Creatore; di toglierli all’inazione ed alla degradante oziosità cui sono generalmente obbligati, ammaestrandoli in tutto ciò che può renderli attivi ed utili a se stessi ed agli altri, onde quelli che sono poveri possano coll’opera loro procacciarsi onoratamente nella propria sfera i mezzi di sussistenza, e quelli che appartengono a comode famiglie avere una educazione che gli renda facile ed aggradevole pur anco la vita”. Con l’iniziativa di Barozzi, si veniva ad aggiungere, dunque, il filo mancante dell’assistenza ai non vedenti al variegato tessuto della Milano benefica e previdente, frutto di quella vocazione solidaristica scaturita nel corso dei secoli da ragioni civili e dalla carità religiosamente ispirata tessuto che, non a caso, proprio tra Otto e Novecento si arricchì di istituzioni nelle quali le finalità dell’assistenza assunsero, nell’ambito di un più articolato progetto di educazione e di riscatto, un nuovo e moderno significato. Come molti altri enti assistenziali sorti a Milano durante la Restaurazione e dopo l’Unità, questa nuova istituzione nasceva in seguito all’identificazione di una stringente necessità sanitaria e sociale, ma con il fermo proposito di fornire alla classe di assistiti, cui apriva le porte di un nuovo ricovero, gli strumenti per raggiungere l’autonomia professionale e il reinserimento sociale.

Il nuovo Istituto de’ ciechi in Milano fu attivato il giorno 13 luglio 1840 nella Pia Casa d’Industria di S. Vincenzo in zona Ticinese con l’accoglienza dei primi allievi Giuseppe Fabbrica ed Antonia Banfi, entrambi di 8 anni. Era il terzo istituto in Italia per l’assistenza ai non vedenti, dopo l’Ospizio dei Santi Giuseppe e Lucia fondato a Napoli nel 1818 (uno dei sette istituti che costituivano il Reale Albergo dei Poveri) e l’Istituto Centrale pei Ciechi sorto a Padova nel 1838.

Documenti relativi alla nascita dell'Istituto dei CiechiDalla ricca documentazione presente nell’archivio storico dell’Istituto si apprende, dunque, che dopo lo spostamento nella Pia Casa d’Industria di San Marco nel 1841, gli assistiti erano divenuti nel 1855 una cinquantina e si era resa necessaria la ricerca di una nuova sede autonoma. Grazie alla generosità del conte Sebastiano Mondolfo divenuto nel frattempo sodale fraterno del Barozzi, venne allestito un moderno convitto in corso di Porta Nuova. La consapevolezza degli importanti traguardi raggiunti era presente nel pensiero di Barozzi, il quale tuttavia, nelle sue ultime parole, vedeva il lungo cammino ancora da percorrere: “Ora che per me fu raggiunto tutto quanto potevo desiderare,, ora che con povere, disadorne parole ma con ardente cuore ho potuto esprimere i sentimenti della mia profonda gratitudine e di quella dei miei diletti ciechi, verso i tanti benefattori dell’Istituto, e i benemeriti loro maestri, non mi rimane che interessare la carità degli uni e degli altri a voler continuare nella loro assistenza onde possa sempre più progredire e consolidarsi un’opera cotanto filantropica e sublime in pro della classe certamente la più sfortunata dell’umano genere; e voglia la Suprema Provvidenza, che io invoco, continuare a spiegare copiosi i suoi doni sopra questo povero Istituto”. Alla morte di Barozzi avvenuta a causa della terribile epidemia di colera nel 1867, Mondolfo assunse la direzione dell’Istituto. Sotto la sua guida l’Istituto venne riconosciuto Ente morale con regio decreto 20 settembre 1868 e fu approvato il suo primo statuto e regolamento.

Mondolfo si spese soprattutto per fornire al recupero dei non vedenti un carattere sistematico e costruttivo. Il suo obiettivo era, infatti la creazione di un asilo, con lo scopo di ospitare presso l’Istituto alcuni degli allievi usciti dall’ottavo corso d’istruzione per permettere loro di perfezionarsi nelle materie scolastiche e nell’eventuale professione abbozzata, fino al momento in cui avessero potuto attivarsi nella vita familiare e sociale in forma migliore e indipendente. L’Asilo intitolato al Mondolfo fu aperto solo nel maggio 1877 nei locali appositamente edificati su un’area precedentemente occupata dall’antico Collegio delle Nobili Vedove, adiacente al vecchio fabbricato dell’Istituto dei ciechi, sul corso di Porta Nuova e i ragazzi che lo frequentavano furono chiamati i mondolfini.

Il laboratorio ZirottiAlla morte di Mondolfo, la presidenza dell’Istituto nel 1879 venne assunta già in età avanzata dall’insigne medico milanese Francesco Zirotti che intervenne ulteriormente sulla struttura dell’Ente. Alla sua morte lasciò i fondi destinati alla costruzione di un laboratorio per l’istruzione e l’avvio al lavoro dei ciechi poveri di età adulta. Il Laboratorio chiamato Zirotti venne aperto grazie all’attivismo del rettore Luigi Vitali nel giugno 1884, inizialmente in via Cernaia con criteri di estrema modernità e con l’ambizione di divenire un efficiente esternato con l’intento di dare lavoro ai ciechi adulti. Era costituito da due sezioni, la sezione di lavoro in Milano nel locale proprio del Laboratorio e la sezione del lavoro a domicilio per quelli che si trovavano presso le loro famiglie. Gli addetti al Laboratorio o a domicilio ricevevano la materia prima, la lavoravano e la restituivano realizzata, ottenendo il compenso della mano d’opera, oppure pagavano la materia prima e vendevano i manufatti per conto proprio.

Nell’ottobre 1892 l’Istituto lasciava la sede di corso di Porta Nuova per trasferirsi nell’attuale di via Vivaio 7, grazie all’acquisto dell’area dell’ortaglia dei conti Cicogna. L’edificio progettato dall’architetto Giuseppe Pirovano riassunse ed esplicitò i canoni tradizionali del collegio-convitto suggeriti dal rettore Vitali ispirandosi al modello francese dell’omologo Istituto di Parigi. La sede venne inaugurata il 3 novembre 1892 alla presenza del re Umberto e della regina Margherita e di tutta la comunità dell’Istituto che allora contava più di 100 allievi.

Agli inizi del Novecento si aggiunse un altro Ente, grazie alle donazioni della beneficenza da sempre molto munifiche nei confronti dell’Istituto, l’Asilo d’infanzia progettato dal rettore Luigi Vitali. Il nuovo Asilo per trenta bambini dai quattro agli otto anni veniva inaugurato nel 1910 nella stessa area di via Vivaio. Esso anticipava di almeno vent’anni un indirizzo pedagogico che sarebbe poi stato universalmente adottato Presso la scuola materna infatti veniva applicato “nei limiti imposti dalla cecità, il metodo di educazione sensoriale ideato dalla dottoressa Montessori, e già applicato in America ai ciechi”.

Il fondatore Michele Barozzi rappresentato con i due primi ospiti dell'Istituto dei Ciechi. Di Francesco De MagistrisPer dare un’immagine schematica dell’attività coordinata dei diversi gradi educativi presenti nell’Istituto milanese possiamo ricorrere a un sintetico riassunto contenuto nella monografia pubblicata nel 1930. Nell’Asilo le bambine venivano ammesse a quattro anni e i maschi a cinque, per rimanervi fino agli otto anni ed essere preparati con esercizi semplici all’avvio della scuola. Una volta usciti dall’asilo i bambini erano in grado di esprimersi, di vestirsi, di tenersi puliti e avevano conoscenza degli elementi base della scrittura Braille. Raggiunti gli otto anni cominciava il corso regolare di studi a cui venivano ammessi anche bambini non provenienti dall’asilo e comunque compresi fra gli otto e i dodici anni. Il piano didattico constava “dell’educazione morale, religiosa e civile, compito essenziale del convitto; e dell’istruzione letteraria e musicale, compito della scuola”. L’istruzione letteraria aveva luogo nelle cinque classi elementari obbligatorie per tutti; il programma era quello comune dei vedenti, salvo le limitazioni imposte dalla cecità. Nei tre anni seguenti il programma era finalizzato alla professione che l’allievo avrebbe esercitato nella vita. Di particolare importanza fu la realizzazione del prezioso museo didattico, dal quale gli insegnanti potevano attingere materiale per le lezioni sperimentali (figure e solidi geometrici, carte geografiche in rilievo, minerali, vegetali, ecc.).

L’insegnamento musicale era attivato per tutti nel primo anno, per procedere a successive selezioni a seconda dell’attitudine dell’allievo (solo un numero ristretto di allievi con vere attitudini musicali veniva avviato al diploma, mentre la maggioranza degli allievi coltivavano la musica come insegnamento complementare). L’educazione musicale veniva completata con la frequenza degli allievi al Teatro alla Scala e ai grandi concerti orchestrali e del Quartetto.

In ogni caso la musica era considerata a diversi livelli uno dei pochi sicuri sbocchi professionali alla pari con i vedenti.

Per coloro che non avevano attitudini musicali erano previsti corsi manuali destinati alla produzione di spazzole, sedie incannettate, manufatti di vimini per i maschi, mentre per le femmine era previsto l’apprendimento dei “lavori donneschi”

Nel loro complesso le istituzioni – Istituto dei Ciechi, Asilo Mondolfo, Laboratorio Zirotti, Asilo Infantile Vitali – si integravano perfettamente, riuscendo quindi a coprire le necessità dei ricoverati a partire dai 4 anni d’età fino all’età adulta. In questo arco di tempo l’Istituto inoltre cominciò ben presto a mietere significativi risultati e riconoscimenti in Italia e all’estero quali l’adozione del sistema Braille nel 1864 come primo Ente in Italia e numerosi attestati e premi grazie ad una intensa partecipazione a manifestazioni, esposizioni e congressi nazionali e internazionali.

Di grande importanza fu la partecipazione all’Esposizione del 1881, in occasione della quale gli allievi dell’Istituto diedero saggi di scrittura, lettura e produzione artigiana. Sempre nel 1881 l’orchestra dell’Istituto tenne sette concerti a Londra e uno a Parigi in gara con l’orchestra dei jeunes aveugles. L’educazione musicale impartita agli allievi più dotati fruttò come risultato non solo un grande numero di diplomati presso i conservatori e le scuole musicali di Milano, Parma, Bologna, Bergamo, Genova, Trieste, ma anche la presenza di allievi ciechi come organisti in numerose parrocchie milanesi e lombarde, come pianisti in scuole da ballo, circoli, ristoranti, alberghi climatici, cinematografi, nonché come accordatori e di allieve cieche come accompagnatrici musicali presso case religiose, orfanotrofi e asili.

Faldoni archivio storicoSe le esposizioni e i concerti erano un momento importante di gratificazione per l’impegno e i sacrifici affrontati dagli allievi ciechi, la partecipazione dei vertici dell’Istituto ai congressi dedicati ai temi della cura e dell’istruzione dei non vedenti fu uno strumento fondamentale per far “conoscere e amare” la causa dei ciechi, per discutere e far progredire il livello dell’assistenza e dell’educazione a loro riservate, per rendere comuni agli istituti delle diverse città italiane i risultati raggiunti, per suscitare l’intervento dello Stato, come si evince dalla numerosa documentazione presente in Archivio storico dell’Istituto. Tale documentazione getta nuova luce non solo sulle vicende interne all’Istituto milanese, ma ovviamente anche sulle dinamiche più complesse della nascente rete assistenziale italiana per i non vedenti. Durante gli incontri congressuali e alle conferenze annuali veniva dato molto spazio alle parole con le quali il rettore Vitali con grande convinzione prendeva parte scrivendo relazioni, saggi, recensioni, commenti sull’attività dell’istituto milanese e degli istituti italiani, nonché più in generale sullo stato di avanzamento delle attività per i non vedenti in Italia.. Tali scritti rappresentano ancora oggi uno strumento di fondamentale importanza per seguire l’evoluzione delle istituzioni e dell’insegnamento in questo settore.

[Fine prima parte]

di Enrica Panzeri
Archivista

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