Sul tetto del mondo

Postato in Sport

Andy Holzer, alpinista austriaco non vedente dalla nascita, racconta la sua scalata dell'Everest nel maggio 2017

Andy Holzer con i compagni sulla vetta dell'EverestUn alpinista austriaco non vedente dalla nascita è riuscito nell'intento di scalare gli 8848 metri dell'Everest conquistando la vetta del monte più ambito dagli scalatori.
Della straordinaria personalità di Andy Holzer ci si rende subito conto appena gli si parla per la prima volta al telefono: timbro deciso, risoluto ma colloquiale e cordiale di chi sembra che ti conosca già e che non si sottrae ad una conversazione. Non è stato facile trovarlo: sempre impegnato negli ultimi mesi, dapprima nei preparativi alla scalata più importante della sua vita, poi nell'ascesa (e discesa) del Monte Everest e poi, una volta tornato a casa nei suoi monti del Tirolo austriaco, nel rendere conto a stampa, famigliari, amici e concittadini di quello che ha fatto. Un'impresa epica e straordinaria agli occhi non solo di quelli che di natura non praticano molto sport, ma anche per coloro, come lui, che vivono l'arrampicata in parete come uno stile di vita.

«Non era la prima volta che tentavo di scalare quella montagna», spiega a "Il Corriere dei Ciechi" Andy Holzer via Skype. «Ci avevo tentato già nel 2014 attraverso la via sud, quella del Nepal ma a metà della salita un'enorme valanga si era sganciata uccidendo 13 guide nepalesi. Fu così che dovetti rinunciare e tornarmene a casa anche perché le autorità del Nepal proibirono per un po' le scalate. Poi ci ho provato anche l'anno successivo stavolta attraverso la via nord e cioè dal Tibet ma quel 25 aprile del 2015 a un certo momento un rumore fortissimo che durò più di un minuto irruppe durante la nostra ascesa al Monte Everest. Era il terremoto! Quello stesso sisma che si portò via decine di migliaia di vite umane in Nepal e che distrusse mezzo paese. Una tragedia che vivemmo in prima persona anche attraverso i volti e i sentimenti degli sherpa che ci stavano accompagnando. A me che ero in parete insieme ai miei compagni, fu come il rumore del ghiaccio di un lago ghiacciato che all'improvviso mentre ci stai pattinando sopra si rompe», aggiunge Andy. Che decide di non provarci nel 2016 facendo passare un anno tentando così una nuova scalata nel 2017 insieme agli amici di una vita: Klemens Bichler e Wolfgang Klocker. Ma anche qui la sfortuna e la morte sembrano accompagnare Andy. «Quando ci trovavamo a 6000 metri di quota il 21 di aprile ricevo una chiamata al telefono satellitare da mia moglie che mi annuncia la morte di mio padre. La tentazione era quella di tornare a casa. Ma mia madre al telefono mi motiva a non mollare dicendomi che se io avessi rinunciato sarebbe stato per lei un secondo lutto. E così nel giro di mezz'ora le lacrime hanno lasciato spazio alla volontà di portare a termine la scalata". Ascesa in vetta che si conclude il 21 maggio scorso alle 6 del mattino esattamente un mese dopo la morte del papà. "Una volta arrivati lassù le emozioni sono state forti anche se non avevamo più forze e soprattutto io avevo finito l'acqua. La stanchezza era tale che non si riusciva nemmeno a piangere. Abbiamo fatto però alcune foto e una panoramica a 360 gradi della vista dalla vetta del mondo da fare vedere ai miei famigliari».

Ma Andy Holzer era un predestinato: cieco dalla nascita a causa della retinite pigmentosa che già aveva colpito la sua sorellina Elisabeth di due anni più grande, viene al mondo il 3 settembre del 1966 a Lienz, cittadina del sud dell'Austria. La sua malattia non gli pesa e vive l'infanzia nel villaggio montano di Amlach come qualsiasi altro bambino aiutato dai suoi genitori che con due figli non vedenti capiscono che il modo migliore per fargli vivere una vita uguale ai propri coetanei è quello di trattarli come se non avessero la retinite pigmentosa. E, infatti, pochi sono al corrente del problema visivo di Andy e soprattutto quasi nessuno se ne accorge. E così, come splendidamente raccontato nel suo libro-biografia «Gioco d'equilibrio: Andy Holzer cieco sulla cima del mondo», Andy gioca a pallone, va in bici per le vie del paese andando ogni giorno a scuola al paese vicino insieme ai suoi compagni, scia, pattina sul ghiaccio, fa cose che nemmeno molti adulti si azzardano a fare. Come quella volta, quando a causa delle abbondanti nevicate il tetto della casa di famiglia fu rifatto e Andy sedeva con tanto di martello e chiodi nell'intelaiatura del tetto per aiutare genitori e zio passando da un lato all'altro quasi incurante del vuoto. Una vita appassionante e travolgente anche per tutti coloro che gli sono attorno: famigliari e amici in primis. «Io ho vissuto la mia cecità come una opportunità: c'è chi lo vive come un problema o un handicap ma io ho scelto così, non da solo naturalmente ma grazie anche ai miei genitori», dice Andy.

Grande appassionato di sci di fondo, si allena da solo dopo aver seguito come spettatore una gara di fondo di 50 chilometri il cui percorso passa ripetutamente davanti all'uscio di casa. E si allena da solo per partecipare anche lui ad una gara di resistenza riuscendoci. Ma è da un'altra passione di Andy che nasce l'incontro e l'amore con Sabine, sua moglie. Negli anni '80 quando Internet era ancora lontano da divenire il fenomeno che è oggi, si interessa ai CB, un servizio radiofonico ad accesso libero che permetteva con un antenna di comunicare in tutto il mondo grazie ad apparecchi ricetrasmittenti. Fu su queste frequenze che cominciò a colloquiare con Sabine che poi decise di incontrare facendo di tutto per non farle capire di essere cieco, cosa che gli riuscì pure per un po'. Come scrive in un passaggio del suo libro «Sabine aveva appena interrotto una relazione e cercò di sottrarsi ma una sera le dissi tanto ti acchiappo, cosa che la convinse e fu così che iniziammo a programmare la nostra vita insieme».

Oggi Andy vive della sua passione e ha fatto dell'alpinismo la sua professione. E, dopo un inizio di carriera lavorativa da fisioterapista, ora fa il motivatore per le aziende. "Per me avere la vista è come per un vedente avere le ali per volare: non mi serve. Non ho mai cercato all'esterno cose che non avessi, ho sempre fatto tutto con quello di cui il mio corpo disponeva. Per questo oggi preferisco motivare le persone: per me avere delle storie e delle esperienze da trasmettere è molto meglio che avere gli occhi".

Con quali altre imprese si misurerà Andy non ce lo ha detto. Ma alla domanda se avrebbe condotto la stessa vita se non fosse stato cieco, ha risposto: "Probabilmente avrei fatto tutto ciò nella mia vita anche se non fossi stato cieco. Chi lo sa: era nei mei geni che io conducessi una vita di questo tipo anche grazie agli insegnamenti dei miei genitori. Se fossi stato vedente avrei fatto lo stesso, forse sarei stato più egoista perché come cieco devo sempre scalare con qualcuno e se fossi vedente andrei da solo in montagna. E magari avrei perso parte della mia filosofia. Essere dipendente da qualcuno significa lavorarci insieme, fare cose gomito a gomito".

di Michele Novaga
Fonte: Corriere dei Ciechi - luglio 2017