In parete a occhi chiusi: intervista a Simone Salvagnin

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Simone Salvagnin è un arrampicatore non vedente con una voglia inesauribile di mettersi in gioco. Capelli rasta, mani spesse, fisico muscoloso e la tendenza a entusiasmarsi quando si parla di bici, di viaggi o di avventure verticali. Simone ha iniziato a perdere la vista all'età di dieci anni per una retinite pigmentosa e oggi ha un residuo visivo del 2,7 per cento. Tecnicamente è cieco. La sua condizione non gli ha impedito di diventare un atleta alto livello che divide il suo tempo fra arrampicata sportiva, mountain bike e iniziative per promuovere lo sport. All'età di 29 anni fa parte della Nazionale italiana di paraclimbing, è portavoce ufficiale della Carta Onu dei diritti dei disabili e ha vinto la Coppa del mondo di paraclimbing a Londra e per tre volte quella del Rock Master nella sua categoria (la più importante gara di arrampicata in Italia che si svolge ogni anno ad Arco di Trento). Quando non è in parete organizza incontri e seminari per raccontare della sua vita movimentata a occhi chiusi. Come durante le gite notturne in cui guida gruppi di escursionisti nell'oscurità dei boschi, per riscoprire il proprio corpo e ascoltare il respiro della natura.

Simone SalvagninSimone SalvagninSimone Salvagnin pic03jpgSimone Salvagnin

Quando sei diventato cieco?

All'età di 10 anni ho iniziato a perdere la vista per una retinite pigmentosa. La prima diagnosi fu quella di un cancro al cervello. Puoi immaginare a quella età che effetto può farti una notizia del genere. Per una serie di avvenimenti sfortunati fra cui la perdita di mio padre smisi di fare sport, attraversando una specie di crisi mistica.

Però poi hai reagito... Come è avvenuto?

La prima cosa che mi ha fatto rialzare la testa è stata la musica. Ho iniziato a suonare le percussioni, strumento che mi ha permesso di ritrovare la mia dimensione fisica, che avevo dimenticato. Le mie mani adesso sono vissute e consumate, perché è da una dozzina d'anni che picchio tamburi. Ho ottenuto il diploma in musicoterapia e ciò mi ha permesso di ritrovare fiducia. Quindi ho ripreso a fare sport mi sono rimesso in piedi. Vengo da una zona del Vicentino a ridosso delle Prealpi dove ho sempre respirato aria di montagna, con alcuni alpinisti nella mia famiglia. Questa cultura ha contribuito a spingermi in quella direzione.

Come vivi la tua condizione di non vedente?

Attualmente ho un residuo visivo del 2,7 per cento, valore per il quale in Italia si viene considerati ciechi totali. Ho percezione della luce, vedo chiari e scuri, ma non i colori. Faccio fatica a definire cosa vedo effettivamente, perché le mie percezioni sono integrate da quella che possiamo chiamare una memoria visiva di quando i miei occhi funzionavano. Il mio medico dice che vedo un particolare e poi la memoria ricostruisce l'immagine. Insomma anche per me è difficile capire quanto ci vedo ancora. Anche perché per "vedere" uso altri sensi che non siano gli occhi!

Ho fatto un lavoro sul mio corpo che mi permette ancora una certa autonomia. Quando la malattia ancora non era grave, mi bendavo e affrontavo terreni e sentieri accidentati. Facevo queste cose sapendo che un domani sarei andato a peggiorare. Oggi non utilizzo né bastone né cane guida, e cerco di usare il mio corpo e gli altri sensi per muovermi. Anche in montagna e in ambienti cosiddetti "ostili" preferisco seguire le persone più che appoggiare loro una mano sulla spalla. Il contatto con un altro corpo mi manda fuori equilibrio.

Come si può arrampicare da ciechi?

Quando scalo sulle vie di roccia in basso c'è una guida mi dice come muovermi, con istruzioni del tipo "mezzo metro a mezzo giorno" e così via. Occorre creare una buona sintonia con la guida per essere sempre più veloci e affiatati. Sulle pareti naturali è tutto molto più difficile perché appigli e appoggi fai fatica a sentirli, mentre sul sintetico sono più evidenti.

Quando arrampico impegno tutto me stesso, mi dimentico della mia condizione di non vedente. Uso tutto quello che ho per far qualcosa. Per me è un momento di pienezza di vita in cui mente e corpo sono coinvolti al cento per cento. Quando un disabile sta arrampicando è alla pari di una persona normodotata. Non sta a preoccuparsi di una gamba che non ha o degli occhi che non funzionano. Chi arrampica si preoccupa di salire e di non cadere, che sia disabile o meno. Questa cosa ti fa sentire vivo, pieno di energia. Questa attività mi ha formato il carattere, quell'attitudine a provare e riprovare, a tener duro, ad avvicinarmi al limite. Per raggiungere risultati devo allenarmi non meno di 3 o 4 ore al giorno per almeno quattro giorni alla settimana.

Quali altri sport fai oltre all'arrampicata?

Da qualche tempo mi sono appassionato alla bicicletta. Ho praticato discese in tandem acrobatico fino a rompermi la clavicola. Adesso prediligo le grandi traversate, molto meno traumatiche... Ho iniziato con la bici quando la mia vista è peggiorata gravemente e pensavo che quella fosse un po' l'ultima spiaggia. In realtà mi si è aperto un mondo.

Nel 2010 ho inforcato il tandem con il mio amico Dino Lanzaretti e siamo partiti per un viaggio battezzato "Verso dove non so". Sì, perché né io né lui avevamo minimamente idea di dove saremmo finiti. Siamo partiti da Vicenza con la sola forza delle nostre gambe verso l'India. Dormivamo in tenda dove capitava e pedalavamo tutti i giorni con ogni tempo. Giungemmo così a Taskent, la capitale dell'Uzbekistan, dopo 8600 chilometri di avventura a pedali attraverso dodici stati. A causa di alcuni problemi con i visti (avremmo dovuto entrare da clandestini in Kirgizistan e in Pakistan) decidemmo di rientrare per non finire il viaggio in qualche caserma della polizia. Dopo questa esperienza ho fatto la traversata in alta quota del deserto di Atacama, quella della Patagonia in tandem (2500 km) e il coast to coast in Sudamerica dove ho coperto più di 3000 chilometri dall'Atlantico al Pacifico. Nello stesso viaggio ho salito anche una decina di vette di 4000 metri e l'Ojos Salado che con i suoi i 6891 metri di altezza è la seconda montagna più elevata delle Ande. Non male per un cieco no?

Quando vivi così capisci che le soddisfazioni più grandi non corrispondono a medaglie ma a esperienze, a momenti di vita vissuta. L'aver attraversato tutta la Patagonia con 12 ore di bici al giorno, magari facendo solo 30 chilometri perché hai il vento contrario, diventa una soddisfazione anche solo arrivare alla fine di una giornata. Se poi la tua meta è il punto più australe del mondo abitato, la soddisfazione è totale.

Che progetti hai per il futuro?

Sto lavorando con la Federazione di arrampicata sportiva italiana per mettere a punto il circuito gare. Il mio desiderio è coinvolgere nuove persone in questo sport ma non è facile. L'arrampicata spesso viene vista come uno sport pericoloso, ma statisticamente è molto meno rischiosa dell'atletica. Se si rispettano le norme di sicurezza è un'attività atleticamente molto completa, sicura e formativa. È un po' una grande metafora: c'è l'attaccamento alla vita, la voglia di andare in alto, di raggiungere la cima della propria autorealizzazione. Si sta appesi a qualche cosa cercando di elevarsi. E poi è richiesta responsabilità, perché quando scali c'è sempre qualcuno a cui fai sicura con la corda. Se ci pensi bene hai nelle tue mani la vita di un altro. La scalata mi ha permesso di rinascere e così ora vorrei coinvolgere altri giovani in questo meraviglioso sport.

Marco Rolando

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