Dopo le Paralimpiadi 2012

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“Cosa rimarrà di questi Giochi paralimpici? Probabilmente qui in Inghilterra rimarrà molto – afferma Arrigoni -. Penso alle decine di migliaia di persone che ogni giorno sono nei palazzetti a vedere le gare. E penso a telespettatori di Channel 4, per esempio, che tutti i giorni manda ore e ore di gare. Ho l’impressione che cambierà l’approccio verso la disabilità e verso i temi del sociale in generale. Eppoi ho visto tante famiglie, tanti giovani. E sono i giovani che dovranno cambiare il mondo. Ribadisco comunque che i media stanno dando un apporto molto importante in questo senso. Il Times ogni giorno ha dato l’apertura sulle Paralimpiadi, stesso grande spazio da il Guardian e altri giornali. E anche il fatto che le Paralimpiadi si siano svolte in Europa ha aiutato: ha permesso una fruizione ottimale dell’evento, a differenza dei giochi svolti a Pechino o Vancouver, per sempio, dove la differenza di fuso orario ha inciso in negativo”.
E in Italia? “Lo sforzo della Rai è stato importante. La televisione pubblica ha dedicato un’intera rete alla manifestazione, inviando a Londra più di 60 persone. Un grande sforzo organizzativo e produttivo, che ha permesso di colmare anche qualche lacuna dell’organizzazione inglese. Peraltro ottima. Insomma, mi sembra giusto sottolineare che per una volta la televisione pubblica ha reso un ottimo servizio”.

Craven, presidente del Comitato paralimpico internazionale, ha suggerito alla vigilia dei Giochi di parlare degli atleti e non della loro disabilità. Ci sono poi le difficoltà oggettive di raccontare le gesta di chi è in gara, attraverso un linguaggio corretto, rispettoso ma al tempo stesso non enfatico. Quali sono state le difficoltà nel raccontare le Paralimpiadi? “Non c’è dubbio che difficoltà di approccio ci sono – ammette Arrigoni -. Ritengo giusto l’appello di Craven, sia sul piano culturale che su quello lessicale. Però noi dobbiamo far capire alle persone che lo sport paralimpico è meraviglioso perché praticato da persone con disabilità. Dobbiamo far capire gli sforzi, che tali sono perché compiuti appunto da persone disabili. Se ci soffermassimo solo sul risultato, daremmo un’informazione parziale e non si comprenderebbe la prestazione. Abituati infatti ai tempi e ai record dei cosiddetti ‘normodotati’, correremmo il rischio di sottovalutare il risultati paralimpici e non si capirebbe appieno”.

“Noi dobbiamo parlare delle persone con disabilità – conclude Arrigoni -, ma occorre trovare il giusto mix tra rispetto e comprensione del gesto atletico”.

fonte: superabile.it

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