Lutto per la scomparsa di Enzo Tioli

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Fu protagonista dello storico passaggio dell’inserimento di ragazzi ciechi e ipovedenti nelle scuole pubbliche

Enzo TioliÈ mancato all’età di 83 anni il professor Enzo Tioli, già presidente dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti della sezione di Padova e dal 1997 al 2010 vice presidente nazionale della stessa associazione. Apprezzato e conosciuto per il suo impegno profuso a favore dei non vedenti in diversi contesti, il professor Tioli fu protagonista dello storico passaggio dell’inserimento di ragazzi ciechi e ipovedenti nelle scuole pubbliche. Insegnò all’Istituto Configliachi per minorati della vista, passando poi alle magistrali e quindi al ruolo di preside di una scuola di Castelfranco.

L’Istituto dei Ciechi di Milano si associa al dolore dei familiari, ricordandolo con una sua testimonianza sulla vita negli Istituti nella prima metà del secolo scorso.

La vita negli istituti

Brano estratto da "Luce su luce", Istituto dei Ciechi, 2006

Le vacanze erano tanto desiderate, che ancora oggi, quando si avvicina il periodo natalizio, provo una intensissima emozione che non sarà proprio la stessa proposta dalla Chiesa, ma è sicuramente molto profonda.

Né ha smesso di commuovermi l'intenso, dolcissimo profumo dei fiori dei tigli, nelle prime calde giornate di giugno. Era come il messaggio per tanto tempo atteso: "E finita! Si va a casa!". Era talmente rara l'occasione di uscire che, quando ciò accadeva, si sentiva perfino l'aria con un odore diverso: "il profumo di fuori", come lo definivamo noi. Si usciva, sempre in fila per tre, con un ipovedente al centro del terzetto. L'attenzione, posta da questi nostri compagni per farci evitare ogni sorta di ostacoli, era encomiabile. Erano bravissimi; e, anche quando la loro funzionalità visiva lasciava non poco a desiderare, ci fidavamo ugualmente di loro e del loro alto senso di responsabilità. Se poi, com'è accaduto più volte, capitava qualche "incidente di percorso", quasi sempre, dopo un rapido massaggio alle eventuali ammaccature, si trovava il modo di farci sopra una bella risata liberatrice.

Qualche volta, l'uscita era organizzata dall'insegnante di classe, che ci accompagnava a visitare un luogo didatticamente interessante: un fiume, una fabbrica, un monumento. Altra volta (per i più piccoli era un'autentica rarità) si usciva accompagnati dall'assistente, per una semplice passeggiata o per rappresentare ufficialmente l'istituto a qualche cerimonia (quasi sempre funebre).

Ma le uscite più suggestive erano quelle notturne, per andare al teatro dell'opera. Alcuni istituti fruivano della concessione di un palco, dove, a turno, mandavano i ragazzi, compresi quelli di dieci, undici anni. Approfittando della ricca collezione di libretti d'opera, prodotti dalla stamperia di Firenze, ci preparavamo diligentemente, perché volevamo conoscere bene la vicenda, per seguire l'azione scenica, ma anche perché sapevamo che, sulle onde soavi della musica, prima o poi saremmo scivolati fra le accoglienti braccia di Morfeo, dall'affettuosa stretta delle quali non tutti riuscivano a liberarsi, prima della fine del dramma.

Un'altra caratteristica indimenticabile di quelle serate era costituita dagli abiti che ci facevano indossare (la divisa dell'istituto). Erano di foggia strana, appartenente ad un'imprecisata età storica e, siccome erano utilizzati assai raramente, emanavano un acutissimo, nauseabondo puzzo di naftalina.

Fortunati erano ritenuti quelli che ricevevano qualche rara visita dei genitori. Era bellissimo. poter abbracciare la mamma o il papà, dopo tanto tempo. Cercavo di sbrigare rapidamente gli adempimenti d'obbligo: "Come stai? Come va la scuola? Ti sei comportato bene?". Anche se c'era qualche problema, non era il caso di rattristarli con i miei crucci. Nulla ci potevano.

Mentre facevamo una passeggiata, senza allontanarci troppo dall'istituto, perché c'era sempre l'incubo di non perdere il treno, era il mio turno per interrogare. Chiedevo notizie dei familiari, degli amici, della casa, del lavoro, del paese, di tutto insomma. Ed ascoltavo avidamente quelle risposte che mi facevano sentire un po' meno lontano, un po' meno escluso da tutte le cose che amavo. Mangiavamo insieme qualche cosa. Non era gran che, ma era "roba di casa". Specialmente nell'immediato dopoguerra, quando negli istituti si tirava veramente la cinghia, non era neppure il caso di chiedere "che cosa mi hai portato?" Qualche cosa da mangiare: cibi che potessero durare qualche giorno, come biscotti fatti in casa o una ciambella. Il tutto veniva puntualmente consegnato all'assistente che ce lo razionava, giorno per giorno. Ed arrivava prestissimo l'ora della partenza.

Ci si lasciava, sempre con un nodo alla gola e, ritornando fra i compagni, si faceva non poca fatica a rientrare nella routine quotidiana.
I nostri rapporti con il mondo esterno mutarono radicalmente con la frequenza delle scuole ordinarie.

Questo, sia pur per rapidi flash, è quanto accadeva ordinariamente negli istituti. Anche per noi, come per il poeta, dopo le tante vicissitudini della vita, quelli che un tempo parevano tuoni e fulmini, rivisitati oggi, somigliano veramente a "un tenue gre gre di ranelle".

Conclusi gli studi, ci si è trovati di fronte ai problemi del mondo, chi più, chi meno, piuttosto inesperti della vita.

Gli istituti si sono sempre disinteressati di chi non sarebbe più stato loro ospite. Era giunta l'ora di arrangiarsi, di camminare con le proprie gambe, di cercare soluzioni e di prendere decisioni in prima persona, per far fronte a situazioni sempre nuove che erano (e sono) ben altra cosa che le regole di cui non sempre si capiva la ragione. Impedimenti ed ostacoli non mancano neppure fuori e, anche qui, non è poi così facile comprenderne la ragione. Ma, superate le prime incertezze e la prima impressione di smarrimento, ci si fa l'abitudine e si tira avanti, grazie a Dio, anche piuttosto bene.

Enzo Tioli, Brano estratto da "Luce su luce", Istituto dei Ciechi, 2006