L’Once dà lavoro a 150 mila ciechi grazie ai biglietti della lotteria

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Con la gestione di appena il 6 per cento del gioco d’azzardo legale spagnolo la Once oltre a diminuire i costi dell’assistenza pubblica garantisce con il lavoro dei suoi membri 500 milioni di versamenti Irpef

Trovarli aperti è spesso questione di fortuna. Se batte il sole bisogna rinunciare perché non hanno aria condizionata. Se fa troppo freddo idem perché la stufetta elettrica non basta. Serve svegliarsi presto al mattino o affacciarsi all’ora delle prime tapas. Ma in fondo è giusto così dal momento che è proprio la fortuna la merce che promettono di vendere. Sono i 7.383 chioschetti della Once, immancabili nel panorama urbano di tutta la Spagna. E anche della sua anima.

Sono grandi come le vecchie cabine telefoniche, con la struttura di metallo verde scuro e dentro, quando il clima lo permette, c’è un cieco. Avvicinatevi, salutate e comperate un biglietto della lotteria. Per voi si tratta di sperare in una vincita, per la Once di mettere a frutto il vostro denaro e finanziare educazione e lavoro per 72mila membri e decine di migliaia di altri assistiti: tutti ciechi, ipovedenti o con altre disabilità. Puntando sulla vostra buona sorte diventerete sostenitori di una delle organizzazioni di auto-aiuto più riuscite della storia del Welfare moderno, un fenomeno di economia sociale tanto rivoluzionario come lo è stato il micro credito nei Paesi in via di sviluppo, eppure troppo poco imitato nel mondo sviluppato.

Once sta per Organización Nacional de Ciegos de España. Il suo motto è Labor Omnia Vincit, con il lavoro si supera qualsiasi ostacolo. Fu il dittatore Francisco Franco a regalare nel 1938 all’associazione dei ciechi il diritto di organizzare una lotteria nazionale. Non fu esattamente un regalo, in verità, perché lo Stato considerava così adempiuto ogni suo dovere di assistenza. I ciechi non potevano pretendere altro: né scuole, né cani, né bastoni bianchi. Invece di dividere il poco che restava della lotteria tra i bisognosi, la Once decise che era meglio insegnare loro a «pescare»: ad oggi i «pescatori» sono oltre 150mila.

Ecco un breve conto. Ventimila ciechi vendono biglietti e si guadagnano da vivere così, ma altri almeno 45mila lavorano in società di aiuto o docenza che fanno capo alla Fondazione e offrono servizi tanto ai ciechi quanto ai disabili o ai normodotati; altri 60mila sono occupati invece nel settore privato di cui la Once è diventata azionista, promotrice o formatrice di personale qualificato: accanto ai tradizionali centralini e call center, i ciechi formati dalla Once lavorano in studi di ortopedia, fisioterapia, osteopatia; altri 30mila sono assunti da una galassia (anche questa controllata dalla Once) fatta di alberghi, società di pulizie, persino centri di ricerca informatica dove i disabili rappresentano almeno il 30 per cento del personale.

Il miracolo della Once prende forma nelle università spagnole. Lì gli studenti che hanno studiato per tutta la carriera scolastica sui libri tradotti in braille a spese dell’organizzazione, hanno la possibilità di entrare in facoltà, sempre finanziate dalla Once, dove sono messi nelle condizioni di competere alla pari con i normo dotati. Ecco allora che negli anni i fisioterapisti ciechi sono diventati la norma negli ospedali pubblici o privati di tutta la Spagna.

Nessun canale di assunzione privilegiato per loro, nessuna quota disabili, semplicemente, la loro capacità di vedere attraverso i polpastrelli li ha resi professionisti anche più bravi dei «normali». Se c’è da leggere una cartella clinica la Once mette a disposizione un ingranditore per gli ipovedenti o uno scanner di traduzione vocale per i ciechi totali. Se c’è da andare da casa al lavoro, ecco il cane guida addestrato e donato dalla Once. Se c’è da aggiornarsi, i convegni ad «accessibilità garantita». Se c’è da divertirsi o restare in forma ecco la Once promuovere il calcetto con i palloni sonori oppure le discese radio-guidate in sci o anche il parapendio in coppia. Tutto pur di inserire un cieco nella vita attiva e, soprattutto, produttiva.

Ogni anno 3 mila disabili vengono convogliati verso uno dei 96 centri di formazione professionale o universitaria dell’Organizzazione. Le statistiche dicono che 2mila riusciranno a completare la formazione e di questi mille troveranno lavoro a tempo indeterminato: il 33 per cento di successi in una delle categorie sociali più deboli. «Il nostro più grande risultato - dice Miguel Carballeda, presidente de la Once - è stato quello di far uscire la cecità e altri handicap dal limbo sociale». Invece di un costo, la disabilità così affrontata diventa un vantaggio sociale dato che chi lavora non solo non chiede aiuti, ma paga le tasse, aumenta i consumi, stimola il Pil.

Con la gestione di appena il 6 per cento del gioco d’azzardo legale spagnolo la Once oltre a diminuire i costi dell’assistenza pubblica garantisce con il lavoro dei suoi membri 500 milioni di versamenti Irpef. La Once, però, non è una storia di successo senza rischi, la sua ricetta va ogni giorno reinventata. La crisi del 2008 ha incrinato anche la sostenibilità del suo modello di intervento sociale. Sono calate le vendite della lotteria e la quota di mercato controllata è scesa in venti anni dal 10 al 6 per cento. Lo Stato ha privatizzato parte del gioco e una gran massa di scommesse si sono spostate sulle piattaforme online, non coperte dai ciechi dei chioschi all’angolo.

La Once prima ha cercato di resistere difendendo il vecchio modello di gioco «che non crea ludopatia». Si è così impegnata a tutti i livelli in un’azione di lobbying politica e culturale sostenendo che i suoi clienti conoscono il venditore, comprano il tagliando per abitudine, come atto solidale. Nell’acquisto non si genera adrenalina perché la vincita è differita. È per questo che non si crea dipendenza da gioco. I ludopati cercano l’emozione immediata e tanto la vittoria quanto la sconfitta sono intrinsecamente soddisfacenti.

Ma la battaglia contro l’azzardo che crea dipendenza è stata inutile e la Once, pragmaticamente, l’ha messa da parte, decidendo di reinventarsi. Così è nata Ilunion, acronimo che in spagnolo evoca qualcosa come speranza e unità. Oggi circa il 50% del fatturato proviene dalle attività produttive di circa 500 società che fanno capo a Ilunion. «Ognuna di queste - sostiene il presidente di Ilunion e vicepresidente della Once, Alberto Durán López - deve essere in attivo. Se qualcosa va storto, non c’è la scappatoia del paradiso fiscale. Per noi non esiste breve periodo. Siamo economia sociale: dobbiamo risolvere le necessità del presente senza ipotecare il futuro».

di Andrea Nicastro
da Buone Notizie