Un viaggio nel tempo e nella storia, l’Istituto dei Ciechi di Milano

on . Postato in Museo

brailleLavagna co la scritta Braille la luce di chi non vedeNell’androne dell’Istituto dei ciechi di Milano, trovo incisi su una lapide i nomi dei regnanti «Umberto I e Margherita», e soprattutto la formula, deliziosa e disusata, «carità cittadina». L’Istituto dei ciechi mi appare da subito come una macchina del tempo, una lettiga che trasporta nel cosmo elegante dell’umanitarismo ottocentesco. Ho un appuntamento fissato da un paio di settimane. Vorrei dare un’occhiata all’archivio storico dell’Istituto. L’istituto si trova all’interno di un edificio neoclassico di una certa imponenza («ricorda per stile le ville suburbane neoclassiche del milanese», dice Wikipedia), inaugurato nel 1892 e progettato dall’architetto Giuseppe Pirovano. Avevo già avuto occasione di osservare la facciata un pomeriggio, diversi anni fa, in piedi sul balconcino di un’agenzia di comunicazione che aveva sede nell’edificio dirimpetto. Un prezioso cancello, sormontato da una coppia di lampioni in ferro battuto, apre sul vialetto che conduce all’entrata del palazzo. L’indirizzo è via Vivaio 7. Ci troviamo in quell’incrocio di viuzze, dalle parti di corso Venezia, che qua e là su internet è ribattezzato «quadrilatero del silenzio». È un altro mood rispetto all’esperienza di passeggiare tra i runner nel nuovo quartiere City Life o in piazza Gae Aulenti.

Strumenti-didattici-utilizzati-per-lapprendimento-della-geometria-650x488Da una parte le vestigia perfettamente conservate del XIX e del XX secolo, dall’altra il manifesto della nuova città, con il pinnacolo in acciaio traforato della Torre Unicredit e i due grattacieli del Bosco Verticale ripresi dalle fotocamere di turisti e influencer. Anche se a partire dagli anni Settanta le attività del collegio vengono meno, l’Istituto resta aperto e attivo. Al suo interno oggi lavorano decine di professionisti specializzati nella consulenza tiflo-pedagogica, nella ricerca e produzione di materiale didattico tattile e nella formazione e ricerca informatica per la disabilità visiva. Tuttavia lo scalone, i corridoi con le grandi vetrate, il mobilio d’epoca, la quadreria severa, strumenti vetusti come la macchina dattilobraille e le migliaia di documenti depositati nel grande archivio storico, rimandano inequivocabilmente a un’altra stagione dell’Europa, della società e della città di Milano. Mi accompagnano nella visita l’archivista Chicca Panzeri e la conservatrice museale Melissa Tondi.

Allievi musicisti in una foto storica«In realtà», mi rivela Panzeri, «non è qui in via Vivaio, ma nella vecchia sede dell’Istituto, nella zona di Porta Nuova, che venne adottato per la prima volta in Italia l’alfabeto Braille». Il fondatore dell’Istituto, Michele Barozzi, fu un importante funzionario pubblico del Regno Lombardo-Veneto, all’epoca del governatore Franz von Hartig. Il suo obiettivo non era tanto l’assistenza dei non vedenti, ma la definizione di una proposta didattica, di un’istruzione elementare, nella quale assegnare un ruolo centrale al suono e all’insegnamento della musica. Al termine della visita Melissa Tondi mi mostrerà una grande e solenne allegoria, opera del pittore Francesco De Magistris. Barozzi, con l’aria pietosa e distinta di un principe compassionevole, posa accanto ai due primi ospiti dell’istituto, un bambino e una bambina non vedenti: Giuseppe Fabbrica e la futura arpista Antonietta Banfi. Mentre la bambina è ritratta con una tavoletta per la scrittura a mano, strumento utilizzato per l’insegnamento ai non vedenti, il bambino afferra tra le dita un punzone, utensile dall’impugnatura in legno e l’estremità in metallo, usato per imprimere sulla carta i segni musicali.

Una-giovane-allieva-dellIstituto-dei-Ciechi-posa-accanto-a-una-pila-di-edizioni-in-braille-dei-Promessi-SposiLe corsie e le pareti lungo le scale dell’edificio sono tappezzati di grandi ritratti gratulatori, omaggio ai filantropi, aristocratici o borghesi, che nel corso degli anni, con le loro elargizioni, contribuirono a tenere in vita l’istituto. Osservo su fondali scuri i volti e le sagome dipinte a olio di Orsolina Paganini Caccia, di Eugenio Paravicini, di Antonietta Maderna, di Giovanni Battista Trombini. I ritratti sono decine e decine. S’impongono dalla parete con le loro carnagioni pallide, gli abiti castigati e cipigli a volte severi, a volte magnanimi. Ai ciechi vennero lasciati in eredità non soltanto il denaro, ma interi immobili e proprietà. L’istituto, mi spiega Chicca Panzeri, ha sempre vissuto, nell’Ottocento e nei primi anni del Novecento, di donazioni, preferendo il rapporto con i privati a quello col pubblico. In sostanza, l’Istituto dei ciechi si riteneva più libero e autonomo lavorando con i privati.

La storia dell’istituto si raccoglie all’interno dell’archivio, ospitato in una confortevole saletta al secondo piano. Chicca Panzeri prende un paio di faldoni tra quelli custoditi sulle mensole disposte lungo i quattro lati della stanza. L’archivio oggi conta circa novecento pezzi tra cartelle e registri. Contengono migliaia di documenti compresi tra il 1830 e il 1970. Posiamo i faldoni sul tavolo e cominciamo a sfogliare. Ecco le carte di Barozzi, le lettere scambiate da Barozzi con i donatori ed ecco una pagella del 1923, anno in cui l’istruzione elementare per i non vedenti diventa obbligatoria. In precedenza la responsabilità dell’educazione veniva sostanzialmente affidata alle famiglie. Negli scatti che ritraggono i piccoli ospiti dell’Istituto, vedo ripetersi quella caratteristica espressione aggraziata, quella sorta d’innocenza e vulnerabilità che spesso si coglie nel volto dei non vedenti. Mi colpisce la foto di un bambino, risalente ai primi decenni del Novecento. Il bambino, ritratto di spalle, tocca una grande mappa in rilievo dell’Italia, indugiando con la punta delle dita su Milano e la pianura padana. L’azione sembra svolgersi con lentezza e ponderazione. La mano è guidata da una singolare premura e sembra dotata di un talento particolare, capace di una forma alternativa di conoscenza, sviluppata nel tempo grazie a un esercizio paziente. All’intelligenza del tatto veniva riconosciuta grande importanza. Il presupposto, infatti, era che l’educazione non poteva limitarsi a un semplice accumulo di nozioni, ma doveva penetrare attraverso il corpo e i sensi.

Dalle note riportate su un vecchio registro apprendo che la giornata iniziava con l’«alzata» alle sei del mattino e si chiudeva con la «ritirata nel dormitorio» alle nove di sera. Melissa mi mostra due piccoli busti di Napoleone Bonaparte e Giuseppe Garibaldi, tenuti dietro l’anta a vetri di un armadio. I bambini e le bambine non vedenti venivano esortati a prendere i due busti nel palmo delle mani, e poi a tastarli, accarezzarli, in modo da famigliarizzare con le fattezze e la fisionomia di questo o quel personaggio storico. Altrettanto avveniva con una serie di animali impagliati, ancora conservati nel museo, e con la riproduzione di un capitello corinzio, oggi esposto al pianterreno, del quale i bambini potevano distinguere le forme arricciate delle foglie d’acanto.

Documenti-conservati-in-archivioUno stupendo e ricchissimo fondo fotografico, dove osservo le foto in bianco e nero del dormitorio, della stamperia Braille e del refettorio, documenta le attività e gli oltre cento anni di vita dell’Istituto. In una foto del 1876, proveniente dall’Istituto dei ciechi di Parigi, tre giovani studenti sfiorano con le dita un grande globo mappamondo di legno durante una lezione di geografia. Vedo poi le foto dei danneggiamenti subiti dall’edificio di via Vivaio a causa delle incursioni aeree del 1943 e infine la foto di un corteo di ciechi che sotto un’insegna «Campari» sfilano nel 1961 per una via del centro di Milano. Chiedono al Governo il riconoscimento del diritto alla pensione. Panzeri mi mostra poi il numero del gennaio 1934 di Alba Serena, «bollettino mensile per il bene dei ciechi», pubblicazione interna curata dall’Istituto.

Bersaglio sonoroL’archivio oggi è frequentato tanto dagli studenti, dai ricercatori, quanto dai famigliari degli ex ospiti che vogliono ricostruire la storia di un padre o di uno zio. Prima di andarmene Chicca e Melissa m’invitano a uscire dall’archivio e a seguirle in corridoio per provare un vecchio gioco, chiamato «bersaglio sonoro». Il gioco viene tirato fuori da un armadio e allestito in mezzo al corridoio. Si tratta di una sorta di bowling, usato dai bambini non vedenti che frequentavano l’istituto ottanta o novanta anni fa. Bisognava lanciare una sfera verso degli ostacoli in metallo che pendevano da una sbarra. Se la palla colpiva il bersaglio, allora il giovane allievo sentiva un bel rumore metallico, netto e squillante come il tocco di una campana. Provo a mia volta. Lancio la palla, la palla scivola sulle mattonelle e colpisce il bersaglio. Solo in questo momento, mentre scrivo, mi rendo conto di un equivoco: ho lanciato la palla senza aver prima chiuso gli occhi.

 

di Ivan Carozzi per Che Fare 

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