Neuroscienze e cecità

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Le neuroscienze cognitive della cecità costituiscono uno dei campi più promettenti nelle scienze del cervello e della mente. Negli ultimi anni lo studio dell'attività neurale dei non-vedenti ha contribuito significativamente alla comprensione del funzionamento del cervello e in alcuni casi a ripensare drasticamente il modo in cui esso elabora informazioni sia sensoriali che astratte.

Elaborazioe grafica del cervello umano.La mappa è cambiata
Nell’ottica tradizionale il cervello viene concepito come diviso in aree sensoriali distinte (dette primarie) come la “corteccia visiva” o la “corteccia uditiva” nelle quali le stimolazioni provenienti da diversi organi di senso (occhi, orecchie) vengono elaborate. I segnali elaborati da queste aree sensoriali primarie vengono poi inviati ad aree secondarie, spesso multisensoriali, per essere integrati in una congrua esperienza percettiva o di pensiero.
La visione di un cervello “sensoriale”, diviso per aree percettive, è stata messa in forte dubbio da recenti scoperte nelle neuroscienze della cecità. Il quadro che ne emerge è quello di un cervello “funzionale”, diviso per funzioni (tasks) più che per organi di senso. La corteccia visiva, per esempio, non sarebbe puramente visiva ma bensì specializzata in diverse funzioni che sono in principio indipendenti dalla modalità sensoriale con cui acquisiamo i dati sensibili. Questa indipendenza consente una maggiore flessibilità nell’organizzare i processi cerebrali, consentendo alla corteccia (cosiddetta) visiva di ospitare processi mentali non visivi in caso di necessità.

Corteccia visiva: serve anche ai ciechi
Le neuroscienze cognitive della cecità hanno dimostrato questo elevato grado di flessibilità. Utilizzando la risonanza magnetica funzionale, un metodo non invasivo attraverso il quale si può monitorare l’attività di diverse aree cerebrali, si è potuto dimostrare come la corteccia visiva nei non vedenti, seppur non utilizzata per processare stimoli visivi, venga riutilizzata per i più vari processi cognitivi.

Aree visive primarie possono essere riutilizzate come aree uditive primarie e secondarie nel cervello di un non vedente, e possono addirittura diventare aree cruciali per la comprensione linguistica, per la lettura o per la memoria.

Secondo alcuni scienziati, le performance superiori di molti non vedenti in compiti di localizzazione spaziale acustica, memoria verbale, discriminazione di suoni ed elaborazione del linguaggio potrebbero essere dovute al fatto che aree cerebrali che solitamente sono dedicate a stimoli visivi vengono utilizzate per potenziare processi cognitivi non visivi.  

Vedere con gli altri sensi
Una delle implicazioni più interessanti di questo nuovo modo di concepire il cervello è forse quella di poter mettere a punto sistemi si sostituzione sensoriale che consentano di avere esperienze simili a quelle visive attraverso un altro canale sensoriale (per esempio, l’udito). Del resto, se la corteccia visiva è specializzata in funzioni (come quella di estrarre la forma, il colore o la posizione degli oggetti) che pur essendo considerate tipicamente visive non lo sono necessariamente nella loro essenza, potrebbe essere possibile tarare queste funzioni su di un altro canale sensoriale. Seppure ancora immaturi, al momento, i sistemi di sostituzione sensoriale costituiscono una metodologia efficace e non invasiva su cui dirigere la ricerca odierna.

Come nasce il pensiero astratto
Il contributo delle neuroscienze della cecità alla comprensione del funzionamento mentale va ben al di là della sola percezione sensoriale. La partecipazione di persone non vedenti ad esperimenti cognitivi e neuro-cognitivi potrebbe infatti dare un forte contributo alla comprensione di quella parte della nostra mente che ancora appare essere la più sfuggente ed inesplorata: il pensiero astratto. Come fa il nostro cervello a farsi un’idea (spesso ben costruita) di ciò che per definizione non si può ne sentire, ne vedere, ne toccare, come il tempo, la matematica, il pensiero logico oppure morale, i concetti estetici, etc. Parte della risposta a questo quesito millenario (già Socrate e Platone ne discutevano appassionatamente) sembra risiedere nel fatto che i concetti astratti sono costruiti a partire da basi anch’esse sensoriali.

Perché diciamo "il passato è alle spalle"
In particolar modo, la nostra rappresentazione dello spazio fisico sembra avere un ruolo fondamentale nel pensare in maniera astratta. Il modo in cui parliamo ci fornisce importanti indizi riguardo a questa spazializzazione che ha luogo nelle nostre menti, a nostra insaputa. Si prenda l’esempio del tempo. Spesso parliamo del tempo come se fosse spazio: Ci prendiamo una lunga vacanza, facciamo una breve riunione, speriamo di avere un gran futuro davanti a noi, ci lasciamo il passato alle spalle, etc. Il tempo, che non ha né estensione né direzione spaziale, acquista tali caratteristiche nelle metafore del linguaggio. Quasi tutte le lingue che conosciamo usano metafore spaziali per parlare del tempo, come mai? Perché il tempo non può essere descritto semplicemente in termini temporali? La ragione è che abbiamo bisogno dello spazio per pensare il tempo, per rendere il nostro concetto di tempo un poco più concreto e quindi più facile da pensare.

Pensare il tempo
Diversi risultati sperimentali sembrano ormai convalidare l’idea che i nostri concetti temporali siano radicati in strutture neuro-cognitive originariamente utilizzate per rappresentare la nostra conoscenza dello spazio. Con i miei collaboratori all’Università di Milano-Bicocca, L’Università di Trento e l’Università di Chicago abbiamo cominciato ad esplorare l’ipotesi secondo la quale: se qualcuno ha un’esperienza dello spazio diversa potrebbe avere anche un’esperienza diversa del tempo, e di altri concetti astratti. Chi non ha accesso ad un’esperienza visiva dello spazio pensa al tempo in modo diverso? Quali strutture neuronali sono implicate nella percezione del tempo e di altri concetti astratti quando non è possibile vedere?

La plasticità cerebrale potrebbe estendersi al di là dei più basici processi percettivi o mnemonici ed interessare anche gli aspetti più complessi e astratti del pensiero umano, aiutandoci a capire come si formano le nostre idee di ciò che non possiamo ne vedere, ne sentire, ne toccare.

Roberto Bottini
Ricercatore presso la facoltà di Psicologia, Università degli Studi di Milano-Bicocca

I risultati dello studio verranno presentati al prossimo meeting annuale della Psychonomic Society, in California, dove sono attesi più di mille psicologi da tutto il mondo.

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