Cittadini a pieno titolo

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Oggi, là dove questi diritti sono parzialmente conquistati, rischiano di essere messi in dubbio. In Italia i disabili sono 2 milioni e 600 mila. In Europa circa 80 milioni.
Lo stesso Segretario delle Nazioni Unite, BanKi-Moon, ha esortato i governi e le organizzazioni che rappresentano i disabili ad “assicurare che le persone con disabilità siano parte integrante di ogni fase dello sviluppo”. In questo modo possiamo promuovere l’inclusione e aprire la strada ad un futuro migliore per tutti nella società.
La crisi economica però rischia di abbattersi in maniera indiscriminata come un livellatore delle differenze, e chi è portatore di differenze, il disabile, rischia di essere il più colpito.

Il primo concetto su cui porre attenzione per una riflessione sui diritti è quello di cittadinanza, che rimanda all’idea di uguaglianza e quindi di giustizia.
Oggi ci troviamo di fronte al rischio che la cittadinanza possa essere distinta dall’uguaglianza. La questione, direi, ha una dimensione antropologica. Riflettiamo ad esempio a cosa si pensava, prima della Seconda guerra mondiale, sui disabili: persone che pesavano sulla società. Una concezione che ha trascinato i suoi effetti fino agli orrori dei lager. Occorre fare una grande barriera (qui sì) contro questo pensiero che, purtroppo, non è del tutto morto e che in maniera subdola torna a circolare.

Il Forum Europeo della Disabilità presso l'Istituto dei Ciechi di Milano. Il Forum Europeo della Disabilità tenutosi presso l'Istituto dei Ciechi di Milano. Qui il Il presidente dell’EDF Yannis Vardakastanis. Il Forum Europeo della Disabilità presso l'Istituto dei Ciechi di Milano. Il Forum Europeo della Disabilità presso l'Istituto dei Ciechi di Milano.

Quello della cittadinanza è un principio da difendere, che mette in moto la partecipazione.
La cittadinanza infatti va intesa come cittadinanza attiva. Per esserlo, ruolo fondamentale assumono l’educazione e l’istruzione, vero terreno fertile su cui può crescere.
L’educazione e l’istruzione devono permettere a chi è disabile di crescere a partire dalle sue potenzialità, a star bene nella scuola, a poter utilizzare tutte le metodologie e le strutture didattiche che studiosi e operatori del settore hanno messo e metteranno a disposizione.
Ed è attivando sempre più le forme di partecipazione scolastica che si consolida, per il futuro, il sentimento dell’essere cittadino, sempre, a pieno titolo.

Autonomia e autodeterminazione
“L’autonomia - per usare le parole del pedagogista Luigi D’Alonzo - è quel percorso ricco di istanze personali da acquisire, colmo di abilità individuali da raffinare, ma anche capace di proiettare la persona disabile in una prospettiva di vita adatta alle sue possibilità” (in La complessità invisibile). Precisiamo però che la nostra visione dell’autonomia e dell’indipendenza degli individui non è quella che ha come risultato l’isolamento. Non possiamo accettare quella concezione secondo la quale chi è autonomo è degno, chi dipende dagli altri deve vergognarsi. Nessuno è senza bisogni.
La strada dell’autonomia ha poi come suo sviluppo un aspetto di grande rilevanza: l’autodeterminazione. Come può una persona, un disabile, diventare cittadino se non sa affrontare i quesiti, i problemi posti da una realtà sempre più complessa?
L’uomo deve poter scegliere e decidere. Quindi il concetto di uguaglianza dei diritti e dei doveri è esteso anche a quello relativo alla capacità di partecipare attivamente all’esercizio di tali diritti e doveri. Il cittadino disabile è portatore di diritti, è agente dei diritti.

Interdipendenza, uguaglianza e riconoscimento
Vogliamo richiamare quella che Edgar Morin definisce ecologia umana, quella concezione che chiama in campo l‘idea di interdipendenza. La persona disabile abita la stessa casa che abitiamo tutti. Interdipendenza è avere coscienza continua della necessità di confronto.
Siamo nella stagione in cui occorre prestare molta attenzione al ripresentarsi nella società, a volte in maniera palese, altre volte spesso in modo subdolo di discriminazioni, di razzismi, o volontà di separazione. Ecco perché, appunto, dobbiamo essere consapevoli e renderci conto del rapporto di interdipendenza che ci lega all’altro. Siamo uguali perché siamo tutti interdipendenti.
L’altro (il disabile) non solo è uguale a me e dipende da me, ma anch’io sono uguale a lui e dipendo da lui. Se in qualche modo avverto che anch’io dipendo dalla persona disabile e non solo lei da me, attribuisco valore e riconoscimento alla persona, vado verso una nuova concezione antropologica.
Riconoscere è il verbo che in italiano meglio esprime questo significato, rendersi conto, essere consapevoli dell’identità di qualcuno. L’interdipendenza non ha quei valori propri dei rapporti di dipendenza. L’interdipendenza si fonda sui diritti.
Richard Sennet ha detto cose importanti in questo ambito. Egli nel suo “Il rispetto” immagina una società non basata su “vincenti” e “perdenti”, usando la metafora dei duetti musicali in cui la cooperazione e la combinazione tra talenti possono produrre armonie di grande qualità e piacere.
Una cittadinanza attiva significa poter avere gli strumenti che permettano a tutti di dare il proprio contributo alla società.
Il riconoscimento dell’altro significa accettarlo così come è, come persona. Generalmente invece l’attenzione, quando c’è, è centrata solo sui problemi, è volta alla mera realtà della condizione fisica, sensoriale o psichica. Si guarda, potremmo dire, solo il sintomo non la persona. Si interviene sul sintomo e si dimentica l’essere umano. Questo aspetto richiede sempre molta vigilanza culturale.
“Quando Colombo all’alba del 12 ottobre 1492 incontra i primi indigeni, nella piccola isola dei Caraibi da lui battezzata San Salvador” dice il filosofo Galimberti “l’uomo incontrò se stesso e non si riconobbe. Perché? Perché nessuno seppe accogliere la diversità e l’alterità come valori. Come per Colombo, anche per noi gli altri non ci sono o, se ci sono, non sono simili a noi.” Ed è certo che chi, come i disabili, è utente del welfare, sente su di sé più di altri la mancanza di rispetto. La mancanza di riconoscimento.
Le conseguenze della crisi economica si fanno sentire sui posti di lavoro e potrebbero ridurre o eliminare l’impegno di lavoratori con disabilità.
Siamo al 30% di perdita di posti di lavoro da parte dei disabili. Ancora più gravi risultano i problemi per l’ingresso nel mondo del lavoro, per chi è giovane disabile, tutto è messo in discussione, per esempio i costi necessari per favorire l’accessibilità.
Quindi il welfare, in certa qual misura, mette in secondo piano, non tiene conto, per esempio, delle reali capacità (leggi possibilità) e delle conseguenti competenze raggiungibili da una persona disabile.
È su queste competenze che occorre puntare per un inserimento lavorativo concreto.

Capitalismo compassionevole
Largo spazio è stato dato in questi anni alla filantropia che in molti casi affianca, aiuta il Welfare e in sé è positiva. Il filosofo della politica, l’americano Michael Walzer afferma che la filantropia è utile ma non sufficiente.
La filantropia o, come l’ha definita Marc Benioff “compassionate capitalism”, capitalismo compassionevole, è importante, è la prova che ci sono persone che si sentono partecipi dei destini della comunità, che collaborano con le istituzioni ma, come punto debole, ha la discrezionalità – non soddisfa la richiesta di uguaglianza. La filantropia è un Welfare che difetta di giustizia sociale, è più legata all’idea del principe che elargisce piuttosto che alla legge che sancisce un diritto per tutti. Il cittadino deve accedere al welfare in virtù di un diritto, non come beneficiario di una buona azione.
E il Welfare, fino a ieri aveva, ha e avrà, il compito di sostenere gli individui che non sono in grado, con il solo reddito della famiglia o da lavoro (vedi in molti casi i disabili) di assicurarsi un benessere sociale.
Noi lo intendiamo come allargamento dei diritti, non come “benevola elargizione”.
Su questo occorre la massima attenzione perché nei cambiamenti che stanno avvenendo sul welfare alcuni principi rischiano di essere imbrigliati.
Come ci ricorda il nostro scrittore italiano, Primo Levi che “per vivere occorre un’identità, ossia una dignità”, noi da questa radice dell’umanità possiamo riprendere, o tenere fermo il cammino dei diritti. La dignità è una forza unificante. Per il nostro Paese parla l’articolo 3 della Costituzione, dove dignità è anche la dignità dell’altro e che così produce rispetto ed eguaglianza.
Allora perché è importante difendere e proporre con forza i valori, le idee che ci vengono dalla cultura? Perché è da lì che discendono le teorie e i concetti dei diritti umani che debbono essere tradotti in azioni, fatti, organizzazione reale della società. Non si dà individuo, non c’è dignità di uomo la cui soggettività non sia dentro, innestata in quella della comunità cui appartiene.

Giancarlo Abba
Direttore Scientifico Istituto dei Ciechi di Milano

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