Verso l'integrazione

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Partiamo da alcune considerazioni. La prima: solo un centro che offre una serie di servizi specializzati nei momenti fondamentali della vita di una persona non vedente può supportare e incoraggiare un vero percorso di autonomia, insieme alla famiglia e alle altre agenzie formative del territorio. Secondariamente, un centro tiflologico esplicita anche dimensioni valoriali e culturali proprio intorno alle tematiche che interessano i ciechi e gli ipovedenti quali la cittadinanza e i diritti. Un altro aspetto di peculiare importanza è quello relativo alle possibilità di fare incontrare le competenze (insegnanti, operatori, educatori con preparazione specifica) e i bisogni (special educational needs). Tenendo conto che sono i bisogni che richiedono le competenze non le competenze che vanno in cerca di bisogni (col rischio di leggere o interpretare quello che non c’è). Un corretto incontro fra competenze e bisogni si rivela possibile proprio grazie ai centri risorse tiflologiche. 

Verso una prospettiva inclusiva 
“Il fanciullo per crescere ha bisogno di un intero villaggio” afferma un proverbio africano, rimandando, ancora una volta, alla prospettiva inclusiva. 
Il concetto è stato ribadito al Convegno di Rimini nel 2009 su “Qualità dell’integrazione scolastica” promosso dal Centro Studi Erickson. In quell’occasione Peter Mittler affermava che le difficoltà del bambino (non vedente) non devono essere più lette soltanto come appartenenti al bambino stesso o alla sua disfunzionalità, ma ricondotte anche all’interazione con i suoi ambienti di vita. Queste considerazioni chiamano in causa, ancora una volta, la funzione di un Centro risorse tiflologiche e dei suoi servizi. 
Quali sono gli elementi di eccellenza di un servizio che lo qualificano come valido? Come si raggiungono gli scopi prefissati? 
È bene parlare in questo caso, mutuando l’espressione dal mondo economico, di “attrattività del servizio”, riferita alla proposta rivolta a chi non vede, soprattutto nell’età evolutiva. Attrattività del servizio per un centro risorse significa poter garantire diverse tipologie di intervento che nel loro insieme debbono costituire un “corpus” unico. Stiamo parlando di una concezione di servizio dinamico, che va nella direzione della complessità e non della parcellizzazione della persona che non vede in età evolutiva. 

Un istituto dei ciechi deve (o dovrebbe) avere: 
• un capitale/patrimonio storico, ambientale, educativo e scientifico-culturale che può essere speso a favore della specificità dei bisogni degli utenti (l’età evolutiva, la scolarizzazione, la qualificazione professionale, la metodologia e la didattica, la riabilitazione ecc…) 
• un capitale/patrimonio tecnologico innovativo messo a disposizione dei disabili visivi, per l’informazione e la formazione nell’area della Information Technology (attrezzature e aule informatiche al passo con i tempi); i materiali didattici in rilievo nell’area dell’apprendimento e della formazione per l’età evolutiva, percorsi didattici per l’informatica 
• un capitale/risorse umane, costituite nel tempo, di un gruppo qualificato di operatori (tiflologi e tifloinformatici) non vedenti e vedenti capaci di offrire know how di alta professionalità 
Il quadro disegnato ha la forza di consolidare nel tempo una immagine dell’istituto come Centro risorse in grado di dare risposte e trovare soluzioni, unitamente ad altre istituzioni per non vedenti esistenti sul territorio. Al modello sopra esposto fa riferimenti l’Istituto dei Ciechi di Milano. 

Nuovi scenari 
Le leve strategiche decisive della presa in carico e del conseguente servizio sono quelle che tengono in evidenza: l’individuo; il sistema famiglia; il sistema scuola/formazione; il sistema territorio. 
Teniamo conto che quella trattata dalle istituzioni per ciechi, sul piano dell’educazione-formazione e sul piano tiflopedagogico, è una questione problematica. Essa non poggia più su fondamenta sicure, ma deve ogni giorno fare i conti con ciò che si muove intorno, non esclusa una caduta di interesse per le tematiche educative e formative, comprese quelle per i ragazzi con deficit sensoriali (nel nostro caso i disabili visivi) che al contrario necessitano sempre di risposte adeguate. Quella odierna è insomma una realtà complessa e in costante mutamento. Anche perché il ragazzo che non vede è nella scuola di tutti e non nella scuola solo per lui. 
Il nuovo è già arrivato. Gli istituti possono aprire una nuova stagione, per proporsi al territorio, ai giovani non vedenti e ipovedenti. 
Se nelle loro denominazioni compare ancora la parola “ciechi” (quasi fosse il riferimento al passato), essa non rimanda a una caratteristica chiusa (solo i ciechi) ma a una aperta, perché riguarda i ciechi con gli altri, gli altri con i ciechi. 

Braille per tutti 
Dal momento in cui gli elementi della specificità tiflologica (didattica, metodologica) entrano a scuola ciò non riguarda solo chi non vede. Per questo si verifica, potremmo dire, una contaminazione, indubbiamente positiva. 
Predisporre un oggetto di apprendimento nel contesto di una classe - per esempio il Braille – è un esercizio di intelligenza per tutti, di scoperta, di apertura alla comunicazione. È scambio di codici, scambio fra competenze e saperi. 
Anche chi non vede deve conoscere la forma delle lettere in nero. Anche i vedenti possono (dovrebbero) conoscere il Braille. 
L’ambiente di classe che si crea è una “nicchia ecologica” a valenza educativa, fatta di interferenze che costruiscono una tessera del nostro patrimonio culturale. Non disgiunto, peraltro, da risvolti relazionali, affettivi, portati dall’esperienza della coeducazione. Coeducazione, dove si sta in presenza della diversità degli altri e della nostra per cambiare insieme. 
Siamo ormai da anni nella fase del trasferimento della pedagogia tiflologica e dell’uso degli strumenti tiflotecnici nei contesti di tutti. 
Ciò che bisogna costruire è la fase dell’innovazione e dell’eccellenza nella direzione della prospettiva inclusiva. Sottolineo il valore della costruzione sociale e delle differenti modalità del conoscere che si scoprono imparando con gli altri. 
E tutto ciò, per quanto concerne la realtà dei disabili visivi, può essere promosso in gran parte dalle istituzioni che per storia e conoscenza sono depositarie dell’esperienza tiflologica e possono esprimere professionalità adeguate. 
Lavorare per una prospettiva inclusiva è il compito culturale che ci aspetta, partendo proprio dalla realtà delle istituzioni storiche e dell’associazione di riferimento quale è l’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti. Si tratta di gestire questa complessità e i momenti critici. 
Il presupposto imprescindibile è che chi non vede non è tale per una condizione dello spirito, ma proprio in virtù di un deficit fisico-sensoriale. Non vedere è un fatto concreto. In seconda istanza si consideri che il bambino, il ragazzo disabile visivo, esprime bisogni in ordine alla difficoltà manifesta. 

Incontrare i bisogni 
La parola bisogno apre il sipario su un palcoscenico in cui si dispongono più scenari: 
• i diritti inalienabili all’educazione e all’istruzione (a partire dall’art. 3 della nostra Costituzione) 
• i differenti modi del conoscere da parte di chi vedente non è 
• le metodologie e le didattiche tiflologiche, le tecniche e le strumentazioni tiflotecniche necessarie 
• la cura dell’ambiente come luogo di attenzione alla crescita di tutti 
• l’accoglimento e la valorizzazione delle differenze 
Il Centro risorse tiflologiche ha la capacità di mettere in atto percorsi innovativi personalizzati centrati sui bisogni esplicitati, concordati con i soggetti interessati come la scuola e la famiglia e lavorare appunto nella prospettiva inclusiva. 
Le nostre istituzioni possono anche essere promotrici di nuovi sentieri nella formazione dei docenti, cambiando e ampliando la concezione che ruota intorno alla figura del solo insegnante di sostegno. 
In contesti incerti e complessi come quelli odierni è necessario che gli istituti e chi li governa sappiano massimizzare l’efficacia della proposta di servizio (negoziata con l’autorità locale di riferimento) per generare valore nell’azione tiflologica. Come fa notare il pedagogista Andrea Canevaro. “Un insegnante deve nella sua formazione avere conoscenze della prospettiva inclusiva senza la necessità di optare per diventare insegnante specializzato, o specializzata, per l’integrazione. Un insegnante di matematica, un insegnante di educazione fisica, devono avere conoscenze di base che comprendano la prospettiva inclusiva e dovrebbe essere chiaro – ma sappiamo che ciò non è – che nella prospettiva inclusiva non si tratta unicamente delle categorie dei disabili che chiamiamo per brevità, in un gergo che è consueto alla nostra situazione italiana, “certificati”: si tratta di tutti coloro che hanno dei bisogni specifici e speciali.”

Giancarlo Abba
Direttore scientifico dell’Istituto dei Ciechi di Milano

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