Pietro Stoppani, il sacerdote "ghibellino" che si dedicò ai ciechi

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I primi soldati ciechi ospiti dell'Istituto con il direttore Pietro Stoppani.

Tra le figure più interessanti della storia dell'Istituto dei ciechi di Milano vi è quella di Pietro Stoppani, che diresse la struttura dal 1914 al 1931. Discendente da una facoltosa famiglia originaria di Zelbio sul lago di Como, Pietro Stoppani nacque a Lecco il 7 agosto 1865 da Luigi e Angiola Frassi. Il padre era fratello del celebre Antonio Stoppani (1824 -1891) sacerdote, scienziato e letterato, che fu protagonista degli ambienti culturali milanesi della seconda metà dell'Ottocento, distinguendosi per molteplicità d'interessi e vivacità intellettuale, oltre che per il suo spirito patriottico.

Convinto ammiratore di Antonio Rosmini, Antonio Stoppani, condivideva con il filosofo roveretano il sogno di una conciliazione fra Stato e Chiesa e di un nuovo rapporto tra fede e scienza. Appassionato di studi geologici, fu valente insegnante di storia naturale e di geologia a Pavia, Firenze e Milano - dove fu anche direttore del Museo di scienze naturali - e autore del noto volume II Bel Paese (1875), in cui descrive le bellezze naturali dell'Italia finalmente unita.
La personalità di Antonio Stoppani esercitò un profondo fascino sul futuro direttore dell'Istituto dei Ciechi, che come lui amava il contatto con la natura e i viaggi, condividendo inoltre la stima per il pensiero di Rosmini, gli ideali patriottici, la vicinanza alle posizioni dei transigenti e l'aperta condanna del potere temporale del pontefice.

Pietro Stoppani compì gli studi elementari presso la scuola Bettega di Lecco e nell'anno scolastico 1875-76 fu ammesso alla prima classe ginnasiale presso il seminario di San Pietro Martire. Terminati gli studi liceali e il corso filosofico nel seminario di Monza, frequentò il corso teologico nel seminario Maggiore di Milano, dove ebbe come insegnante di sacra eloquenza Achille Ratti, il futuro papa Pio XI. Conclusi gli studi superiori, fu per qualche tempo professore presso il Collegio civico De Filippi di Arona, dove si preparava a ricevere la consacrazione sacerdotale, conseguita il 25 febbraio 1888.

Iscrittosi all'Accademia scientifico letteraria di Milano, nel 1892 si laureò in lettere e filosofia con una tesi dal titolo "L'immortalità dell'anima", discussa con Gaetano Negri. Per alcuni anni continuò a dedicarsi all'insegnamento, prima come precettore privato, presso la famiglia del marchese Manfredo da Passano a La Spezia, e poi, a Milano, nel Collegio della Guastalla.

Nel 1892, assunse anche l'incarico di direttore spirituale presso il Reale Collegio delle fanciulle e l'Istituto dei Ciechi di Milano.
Nel capoluogo lombardo il nome di Pietro Stoppani cominciava intanto a farsi conoscere, attraverso un'intensa attività pubblicistica, come quello di uno dei maggiori esponenti del clero cattolico liberale. Sintomatica del suo modo di pensare e della sua indipendenza di giudizio, fu la decisione di recarsi a Monza in occasione dell'assassinio di Umberto I (1900) e di celebrare una messa di suffragio per il sovrano nonostante ai sacerdoti fosse raccomandato di evitare ogni contatto con la casa regnante.

“Come d'autunno”, un altro titolo della nutrita produzione pubblicistica di Pietro StoppaniUn altro scritto di argomento storico-religioso di monsignor Pietro Stoppani.StoppaniPic04

Le sue posizioni antitemporaliste e favorevoli alla partecipazione attiva dei cattolici alla vita politica lo avevano, inoltre, avvicinato agli ambienti laici conservatori e, in particolare, alle famiglie Parravicino, Gnecchi e Alfieri di Sostegno. L'amicizia con Sabina Parravicino e con la marchesa Adele Alfieri di Sostegno gli permisero di entrare in contatto con alcuni ragguardevoli prelati americani, come John Ireland, James Gibbons, mons. John Keane e mons. Denis O'Connel, con i quali condivideva le aspirazioni ad un rinnovamento della Chiesa dal suo interno, attraverso un avvicinamento alle istanze del mondo moderno, nel rispetto dell'ortodossia cattolica. A questo proposito scriveva infatti nel 1910 all'amico Geremia Bonomelli, vescovo di Cremona:
"La cultura moderna non va più con la cultura religiosa che Roma vuole imporre [...] chi studia come può adattarsi alle vedute di quegli arrivisti teologici, che dall'alto della gerarchia vorrebbero fare la storia per decreti, e la filologia per decreti, e per decreti magari il buon senso? Ribellarsi, no! Trovo anch'io che sarebbe male. Dunque restare [...] ma dove appena si può, fare da lievito".

Naturalmente queste affermazioni dovevano apparire audaci a molti contemporanei di Stoppani e crearono attorno a lui un forte clima di ostilità che, a più riprese, suscitò sospetti intorno alla sua ortodossia. Il veicolo privilegiato attraverso il quale Stoppani rendeva note le sue idee era, la "Rassegna Nazionale", la rivista transigente diretta dall'amico Manfredo da Passano, alla quale si avvicinò giovanissimo e sulla quale pubblicò numerosi contributi, firmati sia con il suo nome che con pseudonimi, tra i quali si ricordano quelli di Eufrasio, Monachus, Eleutero e Titiro.

Gli articoli di Stoppani si distinguevano per la loro veemenza e l'accento polemico negli attacchi alle posizioni degli intransigenti. Per questo si scontrò apertamente e ripetutamente, con toni spesso violenti con i membri dell'Opera dei Congressi e i redattori della rivista gesuita "Civiltà cattolica", nella difesa dell'aspirazione più viva della "Rassegna Nazionale": quella a una definitiva risoluzione della questione romana, attraverso la conciliazione tra Stato e Chiesa.
A partire dal 1907, su questi temi, iniziò a pubblicare una serie di Lettere ghibelline, firmate con lo pseudonimo di Sibilla. Attraverso questi articoli egli intendeva analizzare la politica vaticana in campo civile e religioso, tornando ad affrontare le questioni del potere temporale e dell'esigenza di rinnovamento per la Chiesa, arrivando addirittura a criticare apertamente l'enciclica Pascendi, che condannava il modernismo.

L'importanza di questi scritti viene chiaramente riconosciuta da Ornella Confessore, che li considera come "l'unica voce che dopo l'enciclica porta innanzi sulla rivista la protesta di chi, pur cattolico e romano, non vuole né può rinunciare in nome dell'autorità al diritto della libertà".

La Pascendi suscitò, però, molti timori fra i collaboratori della "Rassegna Nazionale", che incitarono a più riprese la direzione a smorzare i toni della polemica e ad assicurare l'ortodossia della rivista, tanto che anche Stoppani si vide costretto ad indirizzare l'attenzione su argomenti non compromettenti.

Costretto ad un forzato silenzio sulle questioni religiose più scottanti, Pietro Stoppani si dedicò allora al mondo della tiflologia, al quale era approdato attraverso l'incarico di catechista presso l'Istituto dei Ciechi di Milano. La passione per questo genere di studi lo coinvolse a tal punto da consentirgli di divenirne, nel volgere di alcuni anni, uno dei massimi esperti accanto ad Augusto Romagnoli, il fondatore della Scuola di metodo per gli educatori dei ciechi di Roma (1925).

Proprio per la competenza acquisita, dopo essere stato catechista dell'istituto per ventidue anni, Stoppani fu chiamato ad assumerne la direzione il 7 novembre 1914, subentrando a Luigi Vitali al quale era legato da tempo da una profonda amicizia, fondata sulla condivisione degli ideali cattolico liberali e sulla partecipazione all'attività della "Rassegna Nazionale".

I primi soldati ciechi ospiti dell'Istituto con il direttore Pietro StoppaniBusto di Pietro Stoppani realizzato da Gian Battista Tedeschi nel 1938. Istituto dei Ciechi di Milano.La nuova RSA Casa Famiglia, centro di eccellenza di servizi alla persona fondato da Pietro Stoppani nel 1926

Nella sua qualità di direttore, nel 1915 Stoppani fu chiamato a collaborare con il Consiglio per dare avvio ad una serie di riforme che avrebbe coinvolto l'intero assetto dell'Istituto. In primo luogo fu riformato il Regolamento organico e poi l'organizzazione degli studi (sia letterari che musicali) e quella del lavoro manuale, che portò alla chiusura temporanea del laboratorio Zirotti. Nello stesso anno, l'entrata in guerra dell'Italia determinò una nuova emergenza: quella dei soldati che tornavano dal fronte privi della vista. La direzione dell'istituto, d'intesa con il Consiglio, pensò all'apertura di una scuola laboratorio nella quale accogliere, cento ospiti ai quali far seguire un programma di rieducazione che avrebbe consentito il loro reinserimento nella società civile. La scuola, aperta nel gennaio 1916 fu affidata alla professoressa Lavina Mondolfo, che la diresse fino alla definitiva chiusura nel 1922. Successivamente l'istruzione professionale fu staccata dall'Istituto, fino alla costituzione di una fondazione autonoma, intitolata a Francesco Zirotti (1924).

La rinuncia alla gestione delle attività produttive, che aveva sempre gravato pesantemente sui bilanci, consentì di orientare i fondi dell'Istituto alla realizzazione di nuove iniziative, prima fra tutte quella di "Casa famiglia" un ricovero per cieche adulte inaugurato nel 1926.

Alla fine degli anni venti, Stoppani, d'intesa con l'amico Edoardo Gilardi (1892 - 1961) si occupò anche dell'apertura della Casa del cieco di Civate (1930), entrando a far parte del comitato promotore, e poi del Consiglio di amministrazione.

A causa dell'età avanzata e delle precarie condizioni di salute, nel 1931 Pietro Stoppani decise di rinunciare alla carica di direttore dell'Istituto dei ciechi - nella quale gli subentrava, a partire dal 1° gennaio 1932 l'amico don Giuseppe Ghedini - per assumere quella di ispettore.

Negli ultimi anni della sua vita, Stoppani si impegnò strenuamente per l'apertura dell'osservatorio sismologico nel Seminario di Venegono Inferiore, un'iniziativa attraverso la quale egli intendeva celebrare la memoria del pontefice Pio XI - suo antico professore in seminario -, dello zio Antonio e di Giuseppe Mercalli (1850 - 1914), significative figure di sacerdoti e studiosi che seppero coniugare la fede con la passione scientifica. La stazione di sismologia fu aperta alla fine del 1940 presso l'osservatorio meteorologico del seminario, grazie anche alla collaborazione di Guido Alfani, con il quale Pietro Stoppani intrattenne un intenso carteggio, oggi conservato presso l'osservatorio Ximeniano di Firenze.

A pochi mesi dall'apertura dell'osservatorio, l'11 maggio 1941, Pietro Stoppani si spense. Con testamento olografo del 26 marzo 1941, pubblicato dal notaio Giovanni Caccia di Gorgonzola, Stoppani nominava suoi eredi in parti uguali l'Istituto dei ciechi di Milano, per la "Casa famiglia", e la Casa del cieco di Civate, riservando piccoli legati ad alcuni parenti e agli amici più intimi.

Maria Cristina Brunati
Rielaborazione del testo pubblicato nel volume "Luce su luce ", Milano, 2003