Chi vuole aiutare va incoraggiato: detassiamo la beneficenza

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Giangiacomo Schiavi, editorialista del Corriere della Sera

Dalle pagine del Corriere della Sera l’editorialista Giangiacomo Schiavi invoca provvedimenti per favorire la detassazione della beneficenza

Nell’Italia disillusa dalla politica esiste un partito anomalo che lavora per risolvere emergenze e problemi. Cresce contrastando falsi idoli e idee sbagliate, puntando sull’impegno di cittadini e imprese responsabili, che chiudono i buchi lasciati dallo Stato e rendono possibile un’altra economia: quella che supera i limiti delle diseguaglianze, scommette sui valori delle comunità e dei territori, difende i diritti dei minori, degli anziani e delle fasce deboli, immigrati compresi.

A questo insieme, chiamato impropriamente Terzo settore, in quanto potrebbe anche essere il primo, serviva una legge che definisse perimetri, categorie e obiettivi, regolamentandone obblighi e vantaggi fiscali. La legge è arrivata e il passo avanti adesso sarebbe quello di spingere a fondo la leva della deducibilità, per aumentare le donazioni private e sfrondare il farraginoso meccanismo delle detrazioni fiscali. Quando certe attività vengono svolte da organizzazioni della società civile che possono raggiungere risultati qualitativamente migliori del settore pubblico, è opportuno un riconoscimento: detassare la beneficenza.

Ridurre le tasse per i privati che si sostituiscono allo Stato nelle opere di pubblica utilità è doveroso e necessario, ha scritto Massimo Fracaro (Corriere Buone notizie del 12 dicembre) ma sulla beneficenza privata rimane un pregiudizio di fondo: il sospetto che aiutando qualcuno stornando soldi dal proprio bilancio sia un modo per evadere il Fisco, un escamotage per dare meno soldi all’erario, avvantaggiandosene con prestanomi o società fantasma.

Il pregiudizio si può superare soltanto in un modo, oltre a quello sacrosanto di colpire gli evasori: rafforzando i principi, verificando la trasparenza e la correttezza di ogni donazione, le finalità e le destinazioni, che non possono essere altro che quelle del bene comune con lo Stato a fare da garante.

Una beneficenza sottratta alle imposizioni fiscali, sul modello anglosassone o americano, dove un dollaro donato è un dollaro in meno per le tasse, libererebbe risorse immobilizzate e darebbe slancio a tanti progetti di coesione sociale e manutenzione di beni pubblici, settori dove agisce il non profit e lo Stato fatica sempre più a intervenire. Un accurato elenco di opere pubbliche e di lavori socialmente utili da finanziare potrebbe essere il primo gradino di un’ alleanza in cui i cittadini benefattori sono i committenti e lo Stato è regista e beneficiario. Evitando casi già accaduti in passato, dove chi realizza qualcosa senza poter stornare l’Iva deve pagare un onere aggiuntivo, del 10 o del 20 per cento, sottraendo altri fondi destinati alla comunità. O chiedendo a chi ha un bilancio di sette milioni, come per esempio l’Istituto dei ciechi a Milano, tasse in varie forme per un milione, cifra che potrebbe essere spesa in attività di sostegno alle disabilità, rifinanziando attività di formazione e integrazione.

Davanti alle crescenti difficoltà delle istituzioni pubbliche il welfare vacilla: servirebbero per questo forme più estese di agevolazioni ai privati che sostengono il volontariato attivo. Non si può ammortizzare la povertà, l’emarginazione e l’immigrazione problematica, se non si mobilita la ricchezza privata. E ancora: se c’è una torre, un campanile, un luogo pubblico da restaurare, un servizio agli anziani da sostenere o un edificio da destinare a residenza protetta, è difficile trovare qualcuno disposto a metter soldi senza incentivi fiscali. Chi investe oggi nei paesi svuotati dell’Appennino, ripopolati da lupi e cinghiali, quando mancano i ritorni d’immagine e soprattutto la deducibilità?

Dal primo gennaio 2018, ricorda Luigi Bobba, relatore della legge sul Terzo settore, sarà possibile un aumento delle detrazioni per le imprese e verrà applicato un Art Bonus, simile a quello ideato dal ministro Franceschini per le erogazioni a sostegno del patrimonio pubblico, pari al 65 per cento del credito d’imposta. Far conoscere queste innovazioni è utile e conveniente. Ma una detassazione vera, del tipo «più dai e meno versi», potrebbe innescare un circolo virtuoso: prendersi cura di quel che lo Stato lascia al nostro buon cuore, migliorando l’ambiente e la qualità della vita, è un fattore di crescita competitiva.

È chiaro che si presuppone un sistema in grado di verificare che le donazioni con la deducibilità agevolata vadano a buon fine. E che la detrazione sia sostituiva della spesa pubblica, che deve diminuire invece di aumentare. Si tratterebbe poi di rovesciare un paradigma, quello della sfiducia nei confronti dei cittadini e delle loro buone intenzioni. Sarebbe un atto di fiducia nell’impresa del bene, un rischio che vale la pena correre.

di Giangiacomo Schiavi
dal Corriere della Sera 31 dicembre 2017