Il sogno dimezzato di Max costretto a cambiare città

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Mauro Navarra, il papà di Max

Se un bambino di terza elementare dice che a scuola si annoia, tutto sommato non c’è da preoccuparsi più di tanto. Ma se a confessare il proprio disinteresse per quanto accade durante la mattinata in classe è un bambino di solito molto curioso e vivace, ma cieco e con seri problemi di udito, allora vuol dire che qualcosa non sta funzionando proprio a scuola. Ecco perché quando suo figlio Massimo ha detto: «Papà, non mi piace l’alfabeto Braille», il signor Mauro Navarra si è immediatamente posto il problema di cosa accadesse durante le ore di lezione. O meglio, di quel che non stava avvenendo: «In quel periodo non erano ancora disponibili le figure di sostegno che permettono ai bambini come lui di stare al passo con gli altri durante le lezioni. E quando la situazione è questa Massimo, semplicemente, si annoia, perde interesse nella scuola, perde contatto».

Il guaio è che tutto ciò si verifica puntualmente ogni anno. Si apre l’anno scolastico e la rete di sostegno per gli studenti disabili che ne hanno bisogno non è pronta. La scuola inizia davvero soltanto molte settimane più tardi. «Ormai ci siamo abituati — spiega il padre — ma chi ne soffre è lui che in questi periodi si sente come un pesce fuor d’acqua». Non è un problema di mancata integrazione, tiene a sottolineare Mauro Navarra, «perché con i compagni di classe e con tutti gli altri ragazzini le cose vanno bene». Quello che viene a mancare, piuttosto, «è l’inclusione, cioè la possibilità di sentirsi parte di quella classe a tutti gli effetti, di partecipare all’apprendimento».

La differenza, appunto, la possono fare le figure professionali che agiscono per avvicinare un bambino con problemi di disabilità sensoriale al resto del mondo. Oltre all’insegnante di sostegno, infatti, per un alunno non vedente è fondamentale anche il ruolo del cosiddetto «assistente alla comunicazione». Ma anche per questo delicato ruolo è centrale il concetto di qualità della formazione professionale. «Ce ne siamo accorti quando Massimo aveva dato segni di rigetto per il Braille —spiega il signor Navarra —, è bastato poco per capire che in quel periodo gli stava mancando la proposta di un metodo per impararlo e usarlo. Perché lui di solito è così curioso, ha talmente tanta voglia di esplorare e conoscere che la cosa suonava strana. La scuola si era impegnata a mettere a disposizione una persona per lui, che però non aveva le competenze giuste, soltanto dopo l’intervento di un tiflologo tutto è cambiato».

Insomma, non basta che ci sia «qualcuno» che segua il bambino con disabilità sensoriale, occorre che sia un professionista preparato. E il tiflologo è l’esperto dei problemi dei non vedenti che si occupa di individuare i metodi per superarli: e a scuola può proporre strumenti, metodi e adattamenti utili a non lasciare indietro lo studente disabile. Le sue indicazioni sono utili anche agli insegnanti. Proprio l’Istituto dei ciechi di Milano si occupa di formarne e metterne a disposizione delle scuole.

Ma su tutto questo aleggia l’eterna questione: i soldi. Di anno in anno bambini, famiglie, insegnanti e scuole si trovano di fronte a più incognite: su quali fondi si può contare? Quali e quante figure professionali potranno essere coinvolte nel processo di assistenza e sostegno scolastico dei bambini disabili? Anche per la famiglia Navarra questi sono gli interrogativi che caratterizzano queste giornate di settembre. «L’anno scorso Massimo poteva contare su 32 ore settimanali di presenza di queste due figure — ricorda il padre — ma fu il risultato di una serie di partite tra scuola, Città metropolitana e Comune. Da un paio d’anni le cose stanno diventando sempre più complicate e il sostegno del tiflologo è quasi utopia. Ma come si fa a spiegare a un bambino che da un certo momento in poi si ritroverà escluso da un programma di apprendimento perché non ci sono i soldi per far sì che qualcuno possa occuparsi di lui?». Già, non si può. Forse anche per questo Massimo Navarra ha deciso di andare via da Milano.

di Giampiero Rossi

da Corriere della Sera ed. Milano del 9/09/2016

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