Viaggio nell’inferno di Milano dalla stazione di Amendola Fiera

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Locandina dello spetacolo Viaggio agli inferni del secoloÈ ciò che accade all’Istituto dei Ciechi con «Viaggio agli inferni del secolo», il nuovo spettacolo di Gianfelice Facchetti (con la collaborazione di Lorenzo Viganò) tratto dall’omonimo racconto di Dino Buzzati; un appuntamento di Teatro al Buio che l’attore propone al fianco del musicista Stefano Covri.

«Tutto nasce dal desiderio di scavare in una Milano che non c’è», afferma Facchetti, «per dichiarare il bisogno di una città a misura d’uomo». Il testo, ispirato dalla visita alla Metropolitana Milanese, inaugurata nel 1964, inizia con la scoperta durante i lavori di scavo nella stazione di Amendola, di una piccola porta che conduce alla bocca dell’inferno. «Buzzati immagina di essere inviato dal direttore del suo giornale, il “Corriere”, a varcare quella soglia», anticipa l’attore, «sarà un pezzo in esclusiva anche perché da laggiù nessuno è mai tornato». Un tragicomico viaggio negli inferi della nostra città, pretesto per parlare di noi.

«Qui è Milano ma potrebbe essere Tokyo, New York o Berlino, la protagonista è la vita tra palazzoni altissimi e strade affollate da insegne e manifesti pubblicitari, e tutte quelle persone che corrono sotto un cielo grigio quando non sono intrappolate in macchina in un ingorgo senza speranza».

Ma chi è l’artefice di questo gioco infernale? «In sala comando c’è la signora Balzeboth, la diavolessa che con le sue amazzoni gestisce il tutto, dal traffico sulle strade, al ritmo dei dannati, una routine che li farà scoppiare».

Tra un’ironica canzone e l’altra, la voce di Facchetti avvolge la platea in ogni direzione, scatenando l’immaginazione del pubblico, «immedesimarsi è facile, qui ci sono le solitudini delle nostre case-prigioni, e anche una simbolica festa in cui ci si sbarazza delle cose vecchie, compresi gli anziani, un paesaggio infernale dove per fortuna a un certo punto appare un giardino, l’unico sopravvissuto ai signori del cemento». Un racconto dunque che spara a zero sulle scelte di una società vittima degli ingranaggi che ha costruito con le sue stesse mani, la nostra città si può rispecchiare.

«Milano soffre di un pessimismo di facciata, è più facile vedere ciò che non va se si vive in un luogo dove non si vedono né mare né monti; in verità negli ultimi cinque anni la città è decisamente migliorata. Certo, vivere qui non è semplice, soprattutto se hai dei figli piccoli, nel racconto di Buzzati l’ultimo pensiero va a loro, ai bambini, o meglio a una città a misura di bambino».

Fonte: milano.corriere.it

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