E' morto Ugo Guarino, artista, disegnatore, illustratore

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Immagine di Ugo Guarino negli anni Sessanta

«Più luce! Più luce!» dicevi, citando Goethe. Ma «Torno subito» ti divertiva di più. Avevamo scherzato sull’epitaffio. Non vedo l’ora di tornare a Trieste, mi hai confidato. Ti mancava la libertà del tuo mare, della frontiera. Ecco, ora ci piace immaginarti libero di esplorare, come sognavi da bambino. Pur già con una forte propensione al disegno, avevi scelto il corso di radio-telegrafica per poterti «imbarcare sulle navi» e girare il mondo. Ugo Guarino, artista, disegnatore, pittore, scultore, giornalista, si è spento ieri, all’età di 89 anni, all’Istituto dei Ciechi di Milano, nella Casa Famiglia che l’ha ospitato negli ultimi anni, accudendolo con affetto quando la salute non lo rendeva più indipendente.

Se n’è andato con lo stesso passo felpato con cui si era mosso per oltre mezzo secolo al «Corriere della Sera», unico porto sicuro della sua vita (anche se sempre rifiutò di farsi assumere per amore della libertà). Ci piace immaginarlo guardare il mondo da lassù con lo sguardo beffardo dei suoi gatti, tratteggiati con il pennarello. Ugo ha saputo dimostrare a tutti noi che si può vivere senza cattiveria e senza grettezza. Non si è mai interessato ai soldi, ne guadagnava con le sue opere ma li spendeva tutti in tele, acrilici, cartellette. Scherzava sulla sua «incoscienza», che sconfinava nella presunzione. Una prerogativa dei bambini. Ugo era un vecchio giovane. Mai un luogo comune, una banalità né una lamentela sui malanni dell’età, mai un autocommiserarsi.

Dino Buzzati l’aveva definito «l’uomo può buono che abbia mai incontrato»: lo scrisse nella prefazione del libro Cuore in cui Guarino vivisezionava con le vignette le ipocrisie del buonismo deamicisiano. Fu proprio Buzzati, nel 1952, a offrirgli di illustrare le cronache figurate della «Domenica del Corriere» dopo averlo accolto in via Solferino, dove lui si era presentato con una cartella di disegni sotto braccio. E due anni dopo sarà ancora il grande giornalista a presentare la prima mostra di Guarino: uccelli, gatti, mostri, draghi, «capricci» che stanno tra il surrealismo, la satira e la favola. Poi venne la nuova mostra di acrilici imperniati su «robot e draghi» e la serie di fascinosi e misteriosi

«Giardini elettronici», suggestionati da fisica, chimica, cibernetica. Ma il lavoro di cui Ugo andava più fiero è il Cavaliero nero che guida la serie di sculture metalliche antropomorfe realizzate tra il ‘68 e il ‘69 con scocche di motociclette alle Officine meccaniche Tebaldi di Monza con la maschera del saldatore sul viso.

Attratto dalla Francia di Modigliani e Picasso, Guarino lasciò il «Corriere» e partì. «Un clamoroso errore — lo definirà —. Parigi era sotto la cappa di piombo lasciata dalla guerra in Algeria». Finì a dormire sulle panchine. Un amico gli suggerì allora di partecipare al bando di un’Università del New Jersey. Mandò un disegno e venne accettato. Non aveva soldi per il viaggio e riuscì a farsi «reclutare» su una nave cargo. New York lo eccitava, brulicante di gallerie e vita notturna. Conobbe Warhol che gli offrì un disegno, ma lui rispose: «Lo prendo la prossima volta». Ugo non ha mai avuto senso pratico, tanto meno del possedere qualcosa.

Dopo il libro con la copertina verde e il cuore rosso trafitto da una forchetta arrivò un altro suo capolavoro, La Pscicoanalisi, introdotto da Cesare Musatti, sui complessi di ciascuno di noi e la scoperta del sesso da parte del bambino. E ancora un libro segnò la sua vita: L’istituzione negata di Franco Basaglia; l’artista decise che voleva lavorare al progetto dello psichiatra deciso a «liberare i matti» anche perché conosceva bene quelle pene visto che la sua adorata mamma Rosa in manicomio c’era stata. Farà un gran lavoro Ugo con i matti. Quando le porte dei manicomi si aprirono, creò una serie di figure tragiche utilizzando i materiali smantellati che divennero manifesti sui muri di Trieste.

Opere salvate con la mostra organizzata l’anno scorso al Museo Revoltella della città giuliana L’alfabeto essenziale di Ugo Guarino grazie all’impegno di Fondazione Corriere e Comune di Trieste. «Una testimonianza di un’epoca con le sue battaglie per la libertà», come ha sottolineato la direttrice del museo Maria Masau Danna. Ugo non era previdente, lo hanno sempre salvato gli amici. Tai Missoni gli diede appuntamento a un incrocio e quando lui gli raccontò che era nei guai per pagare lo studio, firmò senza battere ciglio un assegno (e Guarino se n’è ricordato molti anni dopo quando volle sdebitarsi regalandogli tre grandi quadri).

A New York quando viveva negli alberghetti della Bowery, Mauro Lucentini lo fece prendere all’Ansa, dove doveva occuparsi di cronaca: «Ma stavo sempre dalla parte dei banditi, e alla fine mi hanno mandato a recensire le mostre», sogghignava. Tornò a Milano spinto dalle ristrettezze e di nuovo si presentò al «Corriere». Lo ripresero a illustrare gli inserti.

Con Raffaele Fiengo collaborò al progetto Università, quindi diventò l’illustratore della «Stanza» di Indro Montanelli che lo invitò a cena e gli chiese: «Quanto guadagni?». Lui non seppe rispondere, ma il grande giornalista intervenne per fargli avere un aumento. Paolo Lorenzi, un lettore, scrisse a Indro: «Quando si deciderà a dedicare una stanza a quel beffardo, ineffabile, ironico, mordace, sinistro chiosatore dei suoi articoli?». «Ugo Guarino. Io non so se esiste — rispose Montanelli — ma ora voglio proprio vedere come illustrerà se stesso». Ugo disegnò un gatto che reggeva la matita con la coda (se stesso) a fianco di una Lettera 22 su due gambe (Montanelli).
L’ultimo saluto a Ugo Guarino si terrà alle 10 di mercoledì 4 maggio all’Istituto dei Ciechi di Milano, in via Vivaio 7.

Maria Teresa Veneziani
da Corriere della Sera

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