I nostri benefattori - Sebastiano Mondolfo (1796-1873)

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Banchiere di fama internazionale e generoso filantropo, Sebastiano Mondolfo si distinse per l'impegno in opere di beneficenza a favore dei poveri e delle persone non vedenti nella città di Milano

Busto di Sebastiano MondolfoSebastiano Levi Mondolfo era nato a Trieste il 9 luglio 1796 da una famiglia di ricchi commercianti ebrei originari di Ragusa (odierna Dubrovnik). Il padre Abram Levi Mondolfo era giunto nel porto franco adriatico assieme al fratello Raffaele per usufruire dei privilegi economici e di libertà di culto concessi dagli Asburgo a tutte le confessioni acattoliche, allo scopo di incrementare a i traffici della città. Nella richiesta di naturalizzazione inoltrata alle autorità asburgiche nel 1798, circa una decina di anni dopo il loro arrivo in città, apprendiamo che i due fratelli non avevano incontrato difficoltà di sorta ad affermarsi nell’élite economica locale, in qualità di “Negozianti di borsa con la loro ditta – Abram e Raffael Levi Mondolfo”. La ditta di famiglia, infatti, era fra quelle insinuate in Borsa e quindi fra le più floride della città. A Trieste entrambi i fratelli avevano contratto un matrimonio vantaggioso: Raffaele si era sposato con la figlia di Angelo Treves, mentre Abram aveva preso in moglie Consola Bassano. Dopo la morte del padre Abram, nel 1825, Sebastiano Levi Mondolfo decise di mettersi in affari autonomamente, fondando nel 1828 la casa di commercio all’ingrosso “S.L. Mondolfo” e investendovi il capitale minimo occorrente affinché la ditta potesse essere insinuata in Borsa (ventimila fiorini), mentre quarantamila fiorini erano i crediti del negozio. Mondolfo aveva ormai acquisito sufficiente esperienza nel settore commerciale per intraprendere tale impresa senza il sostegno degli altri familiari. Gli anni della Restaurazione a Trieste videro l’affermazione sulla piazza internazionale dell’emporio e la nascita delle due grandi compagnie di assicurazioni Ras e Generali. Dal primo anno della sua fondazione, nel 1831, Sabato Levi Mondolfo fu presente nel consiglio di amministrazione delle Generali e nel 1832, in occasione dell’assemblea dei soci, si distinse come uno dei più forti azionisti.

Nel frattempo, gli affari andavano a gonfie vele al punto da consentire a Sebastiano l’acquisto di due grandi proprietà immobiliari: una casa sul Canal Grande nella Città Nuova, la zona nella quale abitava la borghesia mercantile, e una villa padronale con mulino, case e campagna a Guardiella, il tutto per settantacinquemila fiorini.

Nel 1835, per far fronte alla crescente mole di traffici, Mondolfo concesse al fratello minore David (1797-1864) la procura per agire in sua vece in ogni situazione.

In realtà fu un vero e proprio passaggio di consegne, ed è probabile che risalga proprio a questo periodo, l’incontro con la futura moglie Enrichetta Pollastri, un’artista di modeste origini che lo indusse ad abbandonare uno stato oramai consolidato di celibato, favorendo la conversione al Cattolicesimo e il trasferimento di Sebastiano Levi Mondolfo a Milano con il nome di Sebastiano Mondolfo.

Sebastiano non faticò a conquistarsi un ruolo di rilievo nell’élite locale, grazie anche ai servigi resi alla corona asburgica nella mediazione con il Piemonte nel 1849 per la stipulazione della pace. Per ringraziarlo del provvidenziale intervento, l’Imperatore Francesco Giuseppe gli fece “pervenire una ricca tabacchiera d’oro tempestata in brillanti colle iniziali della stessa Maestà Sua” (che nel testamento Mondolfo destinò all’amico e socio in affari Pasquale De Vecchi). Nel 1857, inoltre, la casa d’Austria lo elevò al rango di cavaliere della Corona di ferro di III classe, premiandolo oltre che per l’abilità finanziaria e politica dimostrate, anche per il generoso acquisto nel 1855 di una nuova Casa in Porta Nuova 7, in favore dell’Istituto dei Ciechi di Milano, del quale era benefattore già dal 1851.

Membro a pieno titolo dell’élite cittadina, Mondolfo ne condivideva abitudini e svaghi, aventi anche la funzione di consolidare l’appartenenza a un determinato gruppo sociale. È in quest’ottica che va visto l’acquisto di Villa Volontè – un edificio neoclassico di fine Settecento – sul lago di Como e del Castello e dei beni di Monguzzo, nei pressi di Erba. Lago e campagna nei quali trascorrere assieme ad amici e conoscenti i periodi di villeggiatura e i fine settimana. Annoverato nella ristretta cerchia dei milionari cittadini, negli ultimi anni della sua vita, Sebastiano Mondolfo non esitò a fare ancora una volta tesoro della sua formazione triestina associandosi nel commercio con il cattolico Pasquale De Vecchi e il protestante Giovanni Seufferheld, riproponendo così un’alleanza economica interconfessionale diffusa nella Trieste asburgica, ma del tutto insolita a Milano.

Fin dagli inizi del suo soggiorno milanese Mondolfo si distinse per il sincero interesse manifestato nei riguardi dei poveri, che nel suo caso andò a nostro avviso al di là della mera affermazione di uno status. Lo testimoniano ad esempio le numerose lettere inviate a Michele Barozzi, fondatore e presidente del prestigioso Pio Istituto dei Ciechi, al quale affluivano ragazzi non vedenti provenienti da tutta l’Italia per ricevere un’istruzione.

Le prime lettere rintracciate risalgono al 1851, periodo durante il quale Mondolfo iniziò ad interessarsi costantemente dell’istituzione. Nel marzo del 1851, infatti, Sebastiano Mondolfo nel ringraziare Barozzi per avere accolto nell’Istituto tre ciechi da lui segnalati, approfittava anche dell’opportunità per esprimergli la sua riconoscenza: “A me spetta di ringraziarla per avermi procurato il mezzo di associarmi in qualche modo alla di lei angelica opera, e qualunque cosa potesse abisognarla la prego di disporre di me senza riserva”.

Era l’inizio di un sodalizio destinato a trasformarsi in una buona e solida amicizia.

Già nel 1852 Mondolfo manifestava il suo desiderio di trovare una soluzione alla “trista abitazione di quei infelici”, e assieme alla moglie Enrichetta coglieva spesso l’occasione per invitare alcuni o alcune degli assistiti nella sua Villa. Inoltre, Mondolfo era sempre disponibile a sostenere di tasca propria le spese per permettere ai ciechi del Pio Istituto di recarsi per un mese in campagna durante l’estate e a riguardo pregava Barozzi di non nascondergli eventuali difficoltà finanziarie, in modo da “non privare quei Infelici di tale distrazione indispensabile alla loro salute”.

Ripetuti inviti erano inoltre rivolti dai coniugi Mondolfo allo stesso Barozzi, sia per brevi soggiorni al lago di Como, sia per assistere a qualche rappresentazione teatrale alla Scala, ospite nel loro palco. La stima di Mondolfo per l’opera di Barozzi caratterizzò il rapporto fra i due: il generoso conte non perdeva infatti occasione per esternarla all’amico, affermando ad esempio senza riserve che “riguardo il più bel giorno della mia vita quello che ebbi la fortuna di conoscerla”.

In linea con la consuetudine ebraica di non rendere pubblici i gesti di carità, Sebastiano Mondolfo scriveva a Barozzi, dopo aver concluso le formalità dell’acquisto del nuovo edificio per il Pio Istituto, chiedendogli di non fare pubblicità di questo suo generoso gesto. Per Mondolfo il compenso più gradito era “vederli star bene [i ciechi] senza agognare inutili pubblicità!” e rimproverando con affetto Barozzi, sosteneva che “lei ha dato troppa importanza per altro al mio operato, senza riflettere che se tanto valuta poche zwanzige da me spese, qual prezzo dovremmo dare noi a quello fa lei per quei Poveri ciechi? Io gli do del denaro che mi avanza e che mi è inutile lei gli dà nuova vita con tante fatiche e sudori, faccia il confronto, e poi valuterà meno certamente quello feci”.

Gli allievi si trasferirono nell’edificio nel dicembre del 1855, mentre nel 1865 Mondolfo acquistò anche la Chiesa delle Nobili Vedove, poi sussidiaria di San Marco, destinandola a oratorio privato per le funzioni religiose del Pio Istituto. Dopo la morte di Michele Barozzi nel 1867, Mondolfo divenne presidente a vita dell’Istituto e continuò fino alla fine dei suoi giorni a prodigarsi per il suo mantenimento: risale infatti a poco prima della sua scomparsa l’ultima sua grande iniziativa in favore dell’istituzione. Da tempo, infatti, egli si era reso conto che i giovani ciechi assistiti dall’Istituto, una volta scaduti gli otto anni di permanenza, dovevano rientrare nelle proprie famiglie e non sempre erano in grado, con le nozioni acquisite, di inserirsi nella vita civile, né i familiari possedevano i requisiti morali ed economici per sostenerli. Nacque così il progetto dell’Asilo Mondolfo, “stimato appunto a raccogliere i ciechi adulti, per completarvi l’istruzione ricevuta nell’Istituto, e ricevervi continua quell’assistenza che solo poteva rendere durevole il frutto dell’educazione precedente”. Mondolfo investì nel progetto dell’asilo, fondato il 28 marzo 1872, la considerevole somma di 207.375 lire senza assistere personalmente all’apertura che avvenne nel 1876, tre anni dopo la sua scomparsa.

Le sue ultime volontà, redatte il 21 ottobre 1872 sono un’esplicita testimonianza della sua generosità. Tutte le istituzioni alle quali aveva dato costante appoggio finanziario furono puntualmente ricordate nel testamento. Mondolfo si spense il 5 maggio 1873, lasciando somme consistenti all’Istituto dei Ciechi, all’Asilo Mondolfo e ad altri istituti di beneficenza della città milanese.

Melissa Tondi
Responsabile Beni Culturali

(Testo riadattato dal saggio di Tullia Catalan in Luce su Luce)

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