Non si vede bene che col cuore
Non si vede bene che col cuore
Stamattina ero in ritardo sulla tabella di marcia. Mi sono preparata un caffè al volo, temendo il terzo ingresso in ritardo in un mese in cui, il caldo e il mal di schiena, non hanno aiutato la mia rapidità nei movimenti dopo il suono della sveglia.
Giunta in metropolitana, mi sono imbattuta in un articolo che riportava alcune riflessioni dello psichiatra Paolo Crepet sulla società contemporanea. Quelle parole mi hanno assorbita al punto da farmi sollevare la testa dallo schermo due fermate dopo quella giusta. Sono dovuta tornare indietro, riducendo ulteriormente i minuti a mia disposizione per non timbrare oltre l’orario.
All’uscita della metropolitana, davanti a me, sul marciapiede, una signora non vedente cercava la strada verso l’Istituto dei Ciechi. Ho avuto una frazione di secondo per decidere: fermarmi, accompagnarla, sapendo che sarei arrivata in ritardo. Oppure accelerare notevolmente il passo, guardare altrove e salvare la timbratura del mio cartellino.
Non dirò cosa ho scelto. Non è questo il punto. Il punto è che quella frazione di secondo mi ha mostrato con precisione chirurgica come funziona la cecità che non ha niente a che fare con gli occhi.
Una società che ha smesso di vedere
Tra il personale della Fondazione Istituto dei Ciechi, dalle guide di Dialogo nel buio, agli operatori informatici e a molti altri professionisti, tante persone conoscono e convivono con la cecità. Ma nella società odierna, esiste un’altra cecità, più diffusa e devastante: quella di una collettività che non vede più cosa conta davvero. Non vede chi ha accanto. Non vede il valore nel rallentare, ascoltare, comprendere l’altro. Non vede che la vita, misurata solo in prestazioni, obiettivi da raggiungere e scadenze, rischia di svuotarsi del suo significato.
Tra le riflessioni riportate nell’articolo che stavo leggendo, una mi ha colpita più delle altre: l’idea che la nostra epoca rischi di confondere la felicità con il successo, il benessere con l’accumulo, l’identità con l’immagine pubblica. Ma la ricchezza interiore non coincide con il denaro che possediamo.
Una riflessione che, mentre uscivo dalla metropolitana, ha assunto improvvisamente un significato concreto.
Il tempo che non produce nulla
Viviamo dentro un meccanismo che misura le persone per ciò che rendono. Un impiegato vale per la sua produttività, un genitore per l’efficienza con cui organizza la settimana. In questo meccanismo, fermarsi per accompagnare qualcuno diventa un costo. Un rischio. Non più un gesto spontaneamente umano.
Eppure, una passeggiata lenta accanto a una persona che fatica a orientarsi, ascoltare un amico senza fretta o una mano tesa senza calcolo, è un tempo carico di senso. È il tempo che nessun rendiconto registra, ma l’unico capace di restituirci qualcosa di simile a un’anima.
Dialogo al buio: un’ora al buio per imparare a vedere.
Quella signora, incontrata per strada, ho poi scoperto, era una nuova guida della mostra permanente della Fondazione.
All’Istituto esiste infatti un percorso che si chiama Dialogo al buio: un’ora in totale assenza di luce, guidati da una persona non vedente.
Con un bastone bianco tra le mani e la voce della nostra guida come riferimento principale, si attraversano ambienti che riproducono situazioni di vita quotidiana. Improvvisamente non possiamo più contare sugli occhi ma solo affidarci all’udito, al tatto, al gruppo, e alla guida che cammina insieme a noi.
Dopo quell’ora si comprende qualcosa su cui raramente ci fermiamo a riflettere: che spesso scambiamo il vedere con il guardare, e il guardare non basta. Serve altro. Serve quello che la volpe confida al Piccolo Principe, nel celebre libro di Antoine de Saint-Exupéry, come il suo segreto più prezioso: “Non si vede bene che col cuore”. Non a caso, questa frase è diventata anche il motto della mostra.
Ma cosa significa davvero? Forse che le cose essenziali, come il valore autentico di una persona, restano invisibili a chi corre sempre o si ferma solo in superficie, senza soffermarsi mai sulla storia, sul potenziale, sulle fragilità e sulla forza di chi lo circonda.
Certe cose si vedono soltanto quando si accetta di rallentare, di mettersi in ascolto, di rischiare qualcosa. Anche un richiamo, per non lasciare indietro nessuno.
Vedere con cosa, allora?
Senza la vista si è costretti ad orientarsi con la memoria dei luoghi, con gli altri sensi, con la fiducia in chi ci sta accanto. Si è costretti a un rapporto con il mondo che passa necessariamente attraverso gli altri. La società odierna, al contrario, attraversa giornate intere, senza guardare in faccia nessuno. Possiamo incrociare ogni giorno lo stesso collega, lo stesso vicino, la stessa persona in difficoltà, e non vederla mai per davvero.
Questa è la cecità di cui dovremmo preoccuparci: quella di chi può distinguere perfettamente chi ha di fronte, ma sceglie di non fermarsi.
Tornando a questa mattina, all’articolo che ho letto in metropolitana e alle mie riflessioni in questo luglio torrido, credo che non sia importante raccontarvi se alla fine sono arrivata puntuale oppure no. Credo sia più importante condividere la domanda che mi sono posta mentre camminavo. Sarebbe davvero un mondo migliore se fossimo tutti sempre in orario, impeccabili, performanti, di successo… o lo sarebbe se fossimo ancora capaci di guardare con il cuore?
di Laura Fortugno
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